Choc democratico

scritto da Espresso il .

La disfatta d'Abruzzo. Le inchieste giudiziarie. L'insidia di Di Pietro. I capicorrente sul piede di guerra. Così il Pd vive i giorni più neri. E gli uomini di Veltroni invocano una terapia d'urto...



di marco damilano

Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, sta venendo giù tutto..., si dispera il senatore Giorgio Tonini, l'intellettuale che prepara i discorsi di Walter Veltroni, mentre martedì 16 dicembre sale sull'ascensore di largo del Nazareno che lo porta alla riunione del coordinamento nazionale del Pd. Il day after, nella sede del partito di Walter Veltroni, è desolante. Si aggiorna il bollettino di guerra delle elezioni in Abruzzo: alla fine il Pd si ferma a quota 19,6, una percentuale che neppure le previsioni più catastrofiche davano per possibile, Italia dei Valori segue a un passo, al 15 per cento. In termini assoluti la sconfitta fa ancora più paura: alle elezioni politiche del 13 aprile, il Pd raccolse in Abruzzo 277 mila voti, in otto mesi ne ha persi per strada quasi 180 mila, precipitando a 106 mila, meno di quanto presero i Ds andando da soli alle ultime regionali del 2005, meno addirittura della Margherita rutelliana. Appena il tempo di riprendersi dalla batosta elettorale e arriva quella giudiziaria: richiesta di arresti domiciliari per il deputato Pd Salvatore Margiotta, manette nella notte per Luciano D'Alfonso, l'uomo forte del Pd in regione, l'emergente, sindaco di Pescara legato ai popolari di Franco Marini e Giuseppe Fioroni, nemico giurato di Ottaviano Del Turco, candidato unico alla segreteria regionale ed eletto trionfalmente con le primarie. E viene in mente una fotografia già ingiallita, eppure sono passati solo pochi mesi. La prima tappa del tour elettorale del pullman di Veltroni, proprio a Pescara, nella centralissima piazza della Rinascita, detta anche piazza Salotto. A fare da controcanto, in quella mattina di sole gelido, domenica 17 febbraio, ci sono due cartelli dedicati ai notabili del Pd locale: 'No al petrolchimico di Ortona' e 'Del Turco, una riflessione politica ti renderebbe ancora uomo'. Il Del Turco in questione, Ottaviano, il governatore dell'Abruzzo, sta bene attento a non farsi vedere, resta nascosto dietro il palco, accanto al sindaco D'Alfonso, entrambi accucciati nei cappotti. Quando Veltroni li nomina, mezza piazza fa partire bordate di fischi. Una contestazione che non troverà spazio nelle cronache del giorno dopo, ma che oggi suona come una sinistra profezia: il viaggio di Veltroni, partito a Pescara, potrebbe interrompersi proprio a Pescara.

Nelle ore più amare della sua gestione, il leader è barricato in un bunker antico, quello del centro congressi di via dei Frentani, già storica sede della federazione romana del Pci, dove Veltroni aveva mosso i primi passi. Lì, nel sotterraneo, sotto la scritta 'Il mondo cambia', traccia di obamismo un po' surreale in questa situazione, mentre dall'Abruzzo arrivano dati sempre più allarmanti, per tre ore il segretario del Pd ascolta i lamenti della base, i coordinatori dei circoli arrivati da tutto il Lazio. "C'è stata la campagna elettorale, poi si è fermato tutto, chi ha votato alle primarie poi non ha preso la tessera del partito", racconta Silvia Calamante, circolo San Giovanni. L'intervento più applaudito è quello di Rocco Mauriani, segretario del Pd di Vicovaro: "Caro Veltroni, i compagni e gli amici di sempre ci guardano con uno smarrimento che spesso è anche il mio. Avevamo creduto in voi quando ci avete promesso un partito nuovo: ora siamo confusi e senza una visione". La sala approva, anche Veltroni batte le mani. In solitudine: i dalemiani non ci sono, i rutelliani neppure.

Frammento di una possibile strategia di rimonta, la stessa che gli consigliano i collaboratori più stretti. Basta mediazioni estenuanti, basta con le facce logore al centro e in periferia, Veltroni cavalchi la sconfitta e si appelli alla base. "Siamo nell'emergenza, servono decisioni di emergenza", sprona Tonini: "Già era difficile fare il Pd in una situazione di normalità, l'identità culturale del partito, il suo profilo programmatico, il rapporto con la società che non raggiungiamo più. Ma ora se non facciamo qualcosa diventa impossibile: dobbiamo fare il sesto grado mentre la montagna ci sta venendo addosso". Solo una settimana fa i vertici del Pd hanno provato a mettere mano nelle situazioni locali più delicate, la Campania di Antonio Bassolino, il ginepraio delle primarie di Firenze, condizionate dalle inchieste della magistratura. Risultato: "Bassolino ci ha mandato a quel paese", ammette Tonini. "E se le cose stanno così, dovremo rendere più netta la distinzione tra il partito e gli amministratori locali. Ma, mettiamoci il cuore in pace, sarà una marcia lunga e molto dolorosa".

Una terapia d'urto. Una misura choc. "Qualcosa di straordinario", evocano gli uomini più vicini a Veltroni. Disfatta elettorale e questione morale si tengono insieme nei ragionamenti degli intimi del segretario che preparano la direzione di venerdì 19 dicembre, convocata un mese fa, annunciata come la sede in cui ci sarebbe stato finalmente il tanto atteso chiarimento tra Veltroni e Massimo D'Alema, e ora chissà. "La cosa peggiore sarebbe restare nella morta gora: fare finta che non è successo niente", avverte Roberta Pinotti, ministro-ombra della Difesa. "Abbiamo di fronte a noi due strade: lavorare per costruire il Pd sui tempi lunghi, senza avere paura delle batoste ma avendo il coraggio di scegliere. O non decidere nulla, dire che un giorno rompiamo con Di Pietro e il giorno dopo il contrario: ma in questo modo non diventeremo mai il partito a vocazione maggioritaria di cui abbiamo parlato tanto, e continueremo a perdere". Così, tra i veltroniani doc, avanza l'idea di 'un'unità di crisi', come la definisce la Pinotti, un gabinetto di guerra per reagire alla Caporetto elettorale e giudiziaria. Con pieni poteri affidati al generale in campo eletto con le primarie: Walter Veltroni. Repulisti della vecchia classe dirigente, facce nuove, giovani da mettere in campo. E una strategia politica da ripensare interamente: stop ai condizionamenti di Di Pietro.

Basterà a conquistare il consenso degli alti gradi dell'esercito democratico, da D'Alema a Marini? Da mesi i notabili più influenti preparavano un congresso da fare nel 2009, dopo le elezioni europee, con all'ordine del giorno un ribaltone della segreteria. Ma ora le cose potrebbero cambiare. Per i capicorrente del Pd non si tratta più di organizzare una resa dei conti per qualche punto decimale perso alle europee. Ora è in gioco la sopravvivenza, il destino stesso del partito e della sua classe dirigente. Rispetto al quale qualsiasi mossa è lecita: stringersi attorno a Veltroni, oppure accelerare le pratiche di sfratto dell'attuale segretario. Con il rischio, per politici ormai invecchiati e reduci da troppe battaglie, di restare per decenni "minoranza strutturale", come avvisa D'Alema. L'incubo dell'opposizione a vita.

 

Serve un'unità di crisi

"Se vogliamo farci gratuitamente del male parliamo pure di sostituire Veltroni. Io pongo un altro problema: va costruito intorno a Walter un assetto che garantisca

la rappresentanza reale del Pd nel paese". Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, non vuol sentir parlare di cambi di leadership, "però la situazione è drammatica. Serve un segnale di straordinarietà. Un gabinetto di crisi che guidi il Pd nei prossimi mesi".

Chi dovrebbe farne parte?

"Basta con i caminetti che rappresentano solo la geografia delle vecchie correnti, dobbiamo inserire nel gruppo di comando figure più rappresentative: la proiezione nazionale di un partito che riparte dal basso. C'è un partito di Roma nato con le componenti che lo hanno preceduto. Hanno concepito il Pd come un contenitore più grande delle loro vecchie correnti anziché pensare a una sfida più ampia. Dobbiamo passare da un Pd federazione di correnti un Pd federazione di territori".

Anche i territori sono malconci. In Abruzzo il Pd è stato travolto dalla questione morale, in Campania potrebbe esserlo. Giorgio Tonini, vicino a Veltroni, conclude: è finito il ciclo dei sindaci.

"La questione morale significa soprattutto distinguere tra situazioni diverse. Quello di Tonini è un giudizio che non condivido, si mettono insieme fatti e situazioni cui io non voglio essere accomunato. Quando sono stato sfiorato dal sospetto di un finanziamento poco pulito ho chiesto

alla magistratura di fare subito chiarezza, in caso contrario mi sarei dimesso".

Altri non hanno fatto così. In Campania Antonio Bassolino e Vincenzo De Luca, rinviati a giudizio, non si sono dimessi. In Abruzzo a poche ore dal voto è stato arrestato il sindaco di Pescara, leader regionale del Pd.

"Il compito dei partiti è selezionare la classe dirigente, secondo la rettitudine, l'onestà, la trasparenza: mi sembra il minimo. Il codice etico che abbiamo approvato mesi fa non basta: le regole vanno vissute e fatte vivere".

Basterà? In Abruzzo gli elettori del Pd si sono astenuti o hanno votato Di Pietro: l'alleanza con Idv è stata un errore?

"C'è un'area di malcontento populista nell'elettorato, l'alleanza del Pd con Di Pietro è sembrata la strada giusta per intercettarlo. Invece in questi mesi Di Pietro si è preoccupato di contrastare più noi che gli avversari, ora non possiamo più far finta di niente. C'è nel paese un populismo di destra, la Lega, e uno di sinistra, Di Pietro. Di fronte a questo dobbiamo reagire con un progetto politico forte che affronti i nodi del paese. Finora il nostro ha stentato a prendere corpo e diventare credibile".

Di chi è la colpa?

"Il Pd finora è stato costruito secondo il manuale Cencelli. E, attenzione, le correnti non sono il male assoluto, sarebbero un bene se si fondassero sui nuovi problemi, non sulle vecchie appartenenze".

Lei aveva fatto una proposta: costruiamo il partito del Nord. Da Roma le hanno risposto con un coordinamento...

"Apprezzo i piccoli passi. Certo, se diventasse un altro luogo organizzativo dove si prendono direttive dall'alto e si portano verso il basso non mi interesserebbe".

Lei è nel governo ombra come ministro delle Riforme. Il suo lavoro si è visto poco, però.

"L'ho scritto a Veltroni: il governo ombra va ripensato, la mia delega è a disposizione".

Da dove si riparte? Con Di Pietro non vi alleate, con gli altri neppure, andate da soli? Oppure con la Lega, come lei sembra proporre?

"Sarei uno sciocco o un ingenuo. Ho detto che dobbiamo impegnarci in una battaglia per far abbandonare alla Lega il populismo xenofobo. Il Pd che immagino deve tornare a essere come l'Ulivo prima maniera: non una sommatoria, ma un soggetto politico che supera la somma delle etichette che lo costituiscono. Nelle regioni potrebbe perfino cambiare nome, da noi potrebbe chiamarsi Raggruppamento democratico per il Piemonte, seguendo il modello del Trentino".

Lei sarebbe disposto a guidarlo un partito così? Dicono che Berlusconi l'abbia già fatta sondare come leader nazionale...

"Non esageriamo. Io sono contento di fare il sindaco di una città importante che si trova in alto a sinistra: una posizione che mi è sempre piaciuta". M. D.

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