La Spezia - Minacciato dal racket

scritto da Il Secolo XIX il .

Ha mandato una vera e propria squadra per il "recupero crediti" in casa di un libero professionista spezzino a cui aveva fatto lavori di ristrutturazione edilizia. Un terzetto di calabresi tosti, dallo sguardo truce e dai modi spicci e minacciosi. Che lo hanno invitato gentilmente a saldare il debito. O sarebbero stati guai. Per lui, per la sua attività e per la sua famiglia. Lui, però, non si è piegato e ha segnalato l'accaduto in questura. E dopo una laboriosa indagine, con trasferte anche in Calabria, gli uomini della squadra mobile diretta da Girolamo Ascione hanno ricostruito tutto, denunciando all'autorità giudiziaria il mandante, M.G., 48 anni, spezzino, titolare di un'azienda edile, e i tre della "paranza", S.I., 42 anni, calabrese ma da anni a Spezia, S.Z., 44 anni, e B.T., 43, questi ultimi due residenti nel Crotonese...

Tutto aveva preso il via addirittura nello scorso anno quando un libero professionista quarantenne decise di far effettuare i lavori di ristrutturazione del suo appartamento, nella prima periferia cittadina, alla ditta di M.G.. L'opera durò alcuni mesi e alla fine sorsero alcune complicazioni: il professionista non era del tutto soddisfatto del lavoro e così decise di non pagare le ultime tranche dei pagamenti. Ci fu un periodo di tensione, poi le due parti trovarono - almeno apparentemente - un accordo. L'imprenditore pagò circa dieci mila euro in meno di quanto previsto prima dell'inizio della ristrutturazione.

Il "patteggiamento" venne sancito su un documento che entrambe le parti firmarono e ognuno si tenne una copia. Era la primavera scorsa. Sembrava tutto a posto, tutto finito. Invece...

Invece a Luglio, il libero professionista ha una sgradita sorpresa. Una mattina nel suo ufficio si presentano tre persone, anche loro sulla quarantina. Parlano un dialetto calabrese molto stretto tanto che l'uomo non capisce una parola. E' spaventato chiede chi siano, pretende che si identifichino, che mostrino i loro documenti. Ma quelli vanno avanti, come se non avessero udito nulla. All'inizio il libero professionista non capisce proprio in che situazione si sta trovando. Cerca di ricordare se e dove li abbia già visti. Uno dei tre, in particolare, è inquietante: lo guarda fisso negli occhi senza mai aprire bocca mentre gli altri due continuano a parlare. Poi, piano piano, capisce. Vogliono i soldi dei lavori di ristrutturazione. Vogliono quella cifra che era stata pattuita a suo tempo, prima del "patteggiamento". Vogliono diecimila euro. E glielo dicono attraverso minacce esplicite, facendo intuire che se non salderà il corrispettivo, potrebbe avere piacevoli conseguenze.

Il quarantenne prende tempo, giusto per toglierseli dai piedi, per mandarli via senza che la situazione possa precipitare lì, nel suo ufficio. E ci riesce. I tre vanno via convinti che l'uomo pagherà. Invece, appena usciti, chiama la polizia e denuncia il tentativo di estorsione.

Non è facile per gli uomini della squadra mobile ricostruire tutto. Sembra una vicenda al confine fra l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni e l'estorsione vera e propria.

Cominciano con l'interrogare M.G., il titolare dell'azienda edile che sembra cadere dalle nuvole. Non solo nega - naturalmente - di aver mandato lui i tre, ma dice proprio di non conoscere nessun calabrese, a parte quelli che lavorano nella sua azienda. Gli ispettori Francesco Lamparelli, Leone Aniceto, Pasquale Infortuna, Cesare Bisleri e Antonio Della Corte ascoltano tutti i dipendenti. Non c'è nessuno che possa anche solo lontanamente somigliare a uno dei tre. Sembra una pista che non porta a nulla però, indagando ancora, ascoltando persone e confidenti i poliziotti trovano una traccia. Non è vero che M.G. non conosce dei calabresi. Li conosce. Eccome. Gli fanno il nome di S.I., calabrese trapiantato da anni a Spezia. E' da lui - che poi si scoprirà essere proprio uno dei componenti del trio - che si dipanano le indagini. Lunghe, difficili, ma minuziose. I poliziotti riescono a capire chi sono i suoi amici, quando ritorna al paese in Calabria. E individuano gli altri due, dalle descrizioni fisiche fatte in denuncia, a suo tempo, dal libero professionista. Li fotografano anche assieme i tre, poi fanno vedere le immagini al quarantenne spezzino che li riconosce.

Senza ombra di dubbio. La magistratura autorizza anche delle perquisizioni domiciliari - due in Calabria, le altre in città - che però forniscono elementi non utilissimi. Agli uomini della mobile, comunque, basta così. Hanno tutto per arrivare a far quadrare la vicenda. E così partono le denunce per tentata estorsione nei confronti dei tre calabresi e del titolare dell'azienda edile. Per quest'ultimo, infine, c'è anche una segnalazione per favoreggiamento, avendo cercato di "depistare" le indagini, dicendo di non conoscerli.

Alessandro Franceschini

Stampa