Blackout Giustizia
Colloquio con Bruno Tinti di Peter GomezArgomenti pretestuosi. Dati falsi o infondati. Così la politica dà l'assalto alle intercettazioni. Per imbavagliare le indagini. Sottrarsi ai controlli. E coprire i comportamenti illegali. Parola di pm...
Era nel suo programma e Silvio Berlusconi lo ha ribadito a
Santa Margherita Ligure tra gli applausi scroscianti dei giovani della
Confindustria: intercettazioni d'ora in poi consentite solo nelle
inchieste di mafia e terrorismo e cinque anni di carcere per i
giornalisti che le dovessero pubblicare. La grande contro-riforma del
Cavaliere avanza a passi veloci verso il Consiglio dei ministri in cui il Guardasigilli
Angelino Alfano la tradurrà in disegno legge.
La maggioranza però non è compatta. La Lega vuole che gli
ascolti restino anche per altri reati, a partire da quelli di corruzione e
concussione. An nicchia. Su un punto però in Parlamento e al Quirinale tutti, o
quasi, sono d'accordo: in Italia s'intercetta troppo, si spende troppo e si
viola troppo la privacy dei cittadini. Per questo il presidente Giorgio
Napolitano invita ad approvare una legge condivisa trovando porte spalancate
anche nel Pd.
Ma davvero esiste in Italia un'emergenza intercettazioni?
'L'espresso' ne ha discusso con un tecnico, il procuratore aggiunto di Torino
Bruno Tinti, autore tra l'altro del bestseller 'Toghe rotte. La giustizia
raccontata da chi la fa', 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause
del mal funzionamento dei tribunali in Italia. E, dati alla mano, ha scoperto
che le cose stanno in maniera molto diversa, rispetto a quanto
ripetuto nelle aule parlamentari. Per Tinti, infatti, "questa lotta alle
intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e
dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità. Perché tutti gli
argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi...".
Ma come? Il ministro Alfano afferma che da noi s'intercettano ogni anno
più di 100 mila persone, è un numero enorme...
"Sì, ma si tratta di un dato non veritiero. Perché si fa confusione tra
utenze ed utenti. Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che
possono benissimo essere 100 mila, e un conto è il numero degli intercettati. A
Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci
utenze a persona".
Cioè controllate anche i familiari e amici? Mi pare grave...
"Ma no! Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere
intercettato. E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le
attività criminali. Noi quindi andiamo a caccia dell'apparecchio buono.
Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e
se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e
passiamo agli altri. Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello
esatto. Le prime intercettazioni, quelle che gonfiano le statistiche, durano
pochissimo. Nel caso degli spacciatori, poi, è prassi che ciascuno di essi
utilizzi più schede telefoniche o contemporaneamente o in successione".
Però l'aumento delle intercettazioni c'è stato: le utenze messe sotto
controllo durante il 2003 erano 78 mila. Oggi sono 125 mila...
"Sì, ma è falso che si tratti di una crescita abnorme. Anche in questo
caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una
cosa non vera. E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva
dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle
intercettazioni. Ma la seconda curva sale meno della prima. È anzi molto più
bassa".
Per lei le critiche insomma arrivano da chi non conosce la
situazione...
"O fa finta di non conoscerla. Basta guardare un'altra curva, quella
dei reati. Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto
l'anno precedente. Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni
sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti.
Ma allo stesso modo, non in misura maggiore".
Quindi non c'è l'abuso denunciato dalla politica?
"Guardi, noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli
d'indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300
fascicoli vengono richieste intercettazioni".
Sì, però da più parti si fa notare che vi occupate poco della
delinquenza comune, e molto di quella che riguarda le classi dirigenti. In
fondo è proprio così che un magistrato finisce sui giornali...
"Quando leggo certe cose, mi arrabbio davvero. Le spiego esattamente cosa
accade qui, premettendo che i nostri numeri sono sostanzialmente speculari a
quelli nazionali. Ebbene, quei 300 fascicoli nei quali si fa ricorso alle
intercettazioni, magari contro più persone, sono suddivisi così. Il 50 per
cento riguardano il traffico di droga. Il 15 per cento omicidi consumati o
tentati e reati contro la persona. Un altro 15 per cento attiene poi alla
criminalità organizzata".
E il resto? Tutte intercettazioni di colletti
bianchi?
"Macché. Sul 20 per cento che rimane la metà è rappresentata da
fascicoli a tutela delle cosiddette fasce deboli: parlo di violenze sessuali o
di pedofilia. Solo con le intercettazioni si possono trovare prove che reggano
le verifiche dibattimentali. Il disegno di un bimbo che racconta la violenza
subita basta per aprire un'inchiesta, non per arrivare a una condanna. I
fascicoli riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione e contro
l'economia sono pochi: insomma, solo un trentina su quei 300".
Ma al di là dell'utilità, c'è il problema dei costi. Alfano dice che
per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.
"Altra cosa non vera. Nel 2007 lo Stato ha messo a bilancio per la
giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli
ascolti. Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle
sue voci, le 'spese di giustizia' appunto, che ricomprendono anche i compensi a
periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito
patrocinio, le trasferte. E poi non si dice che con le intercettazioni lo Stato
ci guadagna o va in pari".
Come ci guadagna?
"Pensi a quello che accade con quel 10 per cento di ascolti dedicati
alla criminalità economica e finanziaria. Per scoprire il cosiddetto carosello
Iva (le truffe sui rimborsi Iva) e le fatture false non bastano purtroppo le
verifiche della Guardia di finanza. La contabilità è infatti sempre perfettamente
in ordine. Senza intercettazioni noi come facciamo a dimostrare che quelle
fatture, transitate per una società ungherese per poi andare nel Dubai, sono
false? E come facciamo a scoprire i ritorni in nero e sequestrare il denaro? A
Milano i miei colleghi nell'inchiesta sulle cosiddette scalate bancarie hanno
speso 8 milioni di euro. Ma già oggi i 64 indagati, per ottenere di
patteggiare, di milioni ne hanno versati 340. E parte di quel denaro è stato
messo a bilancio dallo Stato per la costruzione di nuovi asili".
Ma i costi si possono comunque ridurre?
"Certo e lo si sta già facendo, anche se si potrebbe fare molto di
più".
Come?
"Una parte significativa delle spese è dovuta ai soldi che lo Stato
versa alle società di gestione telefonica per noleggiare le linee. Ma i
gestori, parlo di Telecom, Wind, Vodafone e gli altri, sono aziende che operano
in regime di concessione e che guadagnano molti soldi. Allora qualcuno mi vuol
far capire perché lo Stato non inserisce nei contratti una clausola che preveda
assistenza gratuita, o quantomeno a prezzi molto bassi, per le
intercettazioni?".
In ogni caso solo poco più del 20 per cento dei soldi spesi sono
imputabili al noleggio linee...
"Sì, e infatti c'è anche un'altra follia. Il ministero noleggia tutti
gli impianti, le microspie, i sistemi di localizzazione satellitare. C'è da
chiedersi perché non se li compri. O almeno perché le cimici, i Gps e le
microcamere non vengano acquistate dal ministero degli Interni che dovrebbe
fornire alle forze di polizia tutti gli strumenti utili alle indagini".
Dicono che l'innovazione tecnologica è tale da rendere impossibile per
lo Stato starle al passo...
"E chi se ne importa! Un apparato completo per le intercettazioni come
quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro. Solo che
noi lo noleggiamo e così di milioni all'anno ne spendiamo quattro. Insomma
l'hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi. E visti i prezzi, una
volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni - cosa che oggi
non avviene - continuando a risparmiare. Ma non basta, perché con un apparato
simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del
Piemonte. Ma per farlo bisogna centralizzare i punti d'ascolto".
Intanto però le indagini diventano intercettazioni-dipendenti. È stato
detto che la polizia non sa più fare i pedinamenti.
"Mi pare logico: la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e
noi li seguiamo a piedi. Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si
lamenta per il declino dello stetoscopio... Ma come si fa a dire una cosa del
genere?".
Resta la questione della privacy, delle storie personali che finiscono
sui giornali anche se non ci sono reati.
"Guardi, se analizziamo quanto è accaduto in questo paese ci rendiamo
conto che quello della privacy è un discorso finto, utilizzato da chi nella
classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie
malefatte. Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la
pubblicazione di un sms di Anna Falchi. Voglio dire: c'è una signora, che si è
tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato
intercettato un messaggio in cui diceva 'tanti baci caro, ti amo'. Certo, si
poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo
sia il punto".
E allora qual è, secondo lei?
"È una questione di costi e benefici. Se vogliamo combattere il crimine
bisogna accettare l'intromissione nella sfera privata di pochi cittadini. Per
fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le
uova".
Ma la pubblicazione di fatti privati non attinenti alle indagini, è un
problema...
"Sì e lo si può risolvere. Ma la verita è che sui giornali non avviene
quasi mai una violazione ingiustificata della privacy. Questa si verifica solo
quando vengono resi noti fatti privati di persone verso le quali non esiste un
interesse pubblico. La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito
finisca sulla stampa. Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le
classi dirigenti".
Che a volte non sono reato...
"Allora distinguiamo. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono
pubblicare una volta che l'indagato ne ha avuto conoscenza. Per farlo non è
necessario attendere il processo. Se l'episodio è rilevante l'opinione pubblica
non può aspettare dieci anni prima di sapere. Non è forse giusto che i
cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall'ex governatore di
Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005? A me pare di
sì".
E quelli non penalmente rilevanti?
"Se fanno capo a un uomo pubblico interessano l'opinione pubblica.
Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha
commesso reati. Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un
proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente
conosciuti dai cittadini. E il discorso vale pure per me. Se io, che sono un
magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non
commetterei un reato. Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la
mia privacy? Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela
dei propri panni sporchi. Non risponde a un'esigenza etica. È la dimostrazione
che in Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso
protagonista".