Scienza, la cittadella che non si trova
Accantonata temporaneamente la domanda "che ci sta a fare l'Iit a Morego", il dibattito sullo sviluppo genovese trainato da ricerca e innovazione si sposta di qualche chilometro: a Erzelli, la tanto annunciata città della della scienza.Il Secolo XIX ha pubblicato recenti inchieste su quanto bolle in pentola riguardo alla "fatale" collina a Ponente (che rischia di ridursi a "un modesto bastione residenziale") e l'autorevole opinione del duo Vincenzo Tagliasco Pier Paolo Puliafito sul perché sia altamente desiderabile realizzarvi un campus universitario.
Tesi condivisibili, informazioni preziose. Che vanno collocate nella cornice più ampia dei distretti tecnologici: il particolare contesto dove si organizza e accompagna la relazione "generativa" tra ricerca, università e impresa. I cosiddetti milieux d'inovazione; ossia, l'habitat che nelle società avanzate oggi funziona da incubatore di ogni strategia competitiva basata sull'hitech.
Partendo da un assunto, quasi un luogo comune per le politiche di sviluppo locale: l'innovazione è costruzione sociale.
Che vuol dire in soldoni? Lo spiega bene una battuta di Manuel Castells,il sociologo di Berkeley massima autorità mondiale delle reti di conoscenza: «Le conversazioni a sera tarda nel bar ristorante Walker's Wagon Whell di Mountain View hanno fatto per la diffusione tecnologica più di tanti seminari a Stanford».
In altre parole, ancora una volta "le idee camminano sulle gambe degli umani". Come da oltre mezzo secolo ci dimostra l'avventura di Silicon Valley (Santa Clara Country,30 miglia a sud di San Francisco, tra Stanford e San Jose), dove sorse lo Stanford Industrial Park lungo l'autostrada 101 per opera di Frederick Terman, preside dell'omonima università; con l'immediata localizzazione proprio dell'azienda di due brillanti allievi di Terman che si erano convertiti all'industria elettronica: William Hewlette David Packard (i fondatori del colosso Hp).Si era nel 1951.Quattroannidopo William Shockeley, l'inventore del transistor, si trasferiva a Palo Alto aggregando un gruppo di giovani ingegneri intenzionati a lavorare sul silicio.
Il nucleo che diede vita a quella Fairchild Semiconductors dal cui grembo sono poi nate almeno metà delle ottantacinque maggiori società americane di semiconduttori, Intel in testa. La stessa epopea che ci raccontala costa orientale degli Stati Uniti, a partire dal periferico di Boston (Route 128) dove le oltre 4.000 imprese fondate da studenti e ricercatori del Massachusetts Institute of Technology rappresenterebbero da sole il 24° Paese nelle graduatorie mondiali per fatturato, con oltre unmilione di occupati.
Quale morale trarne? Il successo nella California settentrionale come nel Ponente genovese dipende strettamente dalla capacità di "fare comunità" mettendo assieme ingegneri e scienziati, manager e imprenditori, tecnici, docenti e allievi ad alto potenziale. Appunto, ambiti (milieux) favorevoli alla reciproca fertilizzazione. Quindi, scelte politiche organizzative che favoriscono il formarsi di "un certo tessuto" umano.
Come confermato dalla ricerca sul lavoro manuale nel nuovo modo di produrre promossa dalla Provincia nella primavera scorsa: tutti i personaggi di punta dei locali progetti innovativi da Giulio Sandini del DIST a Piero Canepa del Parco Tecnologico,a Giuseppe Casalino del Distretto Sistemi Intelligenti Integrati hanno ribadito che senza uno stretto rapporto di partnership tra sapere, saper fare e fare, la lampadina dell'innovazione non si accende. Per dire, la robotica o la demotica (l'hitech a misura delle locali vocazioni) hanno necessità di trovare su piazza chi realizzi i prototipi,le componenti e le serie che trasformino un'idea in prodotto.
A Erzelli (come a Morego) si sta pensando in Termini di comunità?Non si direbbe proprio. Fino a quando così sarà, le cittadelle del sapere al servizio del nuovo modello di sviluppo locale resteranno pura e semplice propaganda.
Il Secolo XIX