Super market mafia

scritto da Super User il .

Numero 46 anno 2007 - l’Espresso

Super market mafia

di PETER GOMEZ


Cento milioni l'anno. Questo il tesoro del boss Lo Piccolo. Investito nell'edilizia, nelle sale gioco e nella grande distribuzione. Grazie ai legami in America e Sudafrica. E ai rapporti tra i capi di Cosa nostra e il top manager del gruppo Sisa

Il braccialetto tempestato di diamanti è stata l'ultima cosa che si è sfilato dal polso. Salvatore Lo Piccolo lo ha appoggiato con cura in una vaschetta di plastica del posto di Polizia di Boccadifalco, accanto a un altro bracciale, questa volta di cuoio, identico a quelli che indossavano suo figlio Sandro, e i due boss di Brancaccio e di Carini, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, arrestati con loro.

Lunedì 5 novembre, guardando quegli oggetti, gli investigatori non avevano potuto fare a meno di chiedersi chi fossero davvero i quattro uomini appena catturati. Sui bracciali di cuoio c'erano incise immagini sacre, strani simboli religiosi, che spingevano a pensare che i quattro appartenessero a una sorta di setta. I diamanti invece... Beh, i diamanti erano tutta un'altra cosa. Profumavano di affari e di Sudafrica. Raccontavano la storia di uno che ce l'aveva fatta. Di uno che negli anni Settanta era uscito dall'inferno della borgata di Tommaso Natale per arrivare oggi, pistola in pugno, a trasudare milioni di euro. Milioni di euro da tutti i pori.

Sì, perché basta dare un'occhiata alla sua contabilità, la contabilità che Lo Piccolo si portava sempre appresso, per rendersi conto di quanto fosse ricco quell'uomo. Solo le scommesse clandestine fruttavano al padrone di Palermo dai 140 mila ai 200 mila euro la settimana. Altri 2 milioni, questa volta al mese, giungevano dal pizzo: centinaia e centinaia di commercianti, industriali, professionisti, da anni gli versano tangenti tra i 500 e i 10 mila euro ogni 30 giorni. In via Ugo La Malfa , la strada dove ci sono gli uffici e i grandi magazzini più importanti di Palermo, pagavano tutti. O almeno così raccontano indagini e pentiti le cui parole vengono adesso raffrontate con il contenuto delle agende, dei block notes che Lo Piccolo conservava in una valigetta 24 ore, per scoprire se in quegli elenchi figurano anche indicazioni sul comportamento tenuto da grandi aziende come Telecom e Mediaset. Di certo, in via La Malfa , Auchan allungava ai picciotti la 'mesata': il nome della multinazionale è lì. Scritto chiaro chiaro.

Poi ci sono le mazzette del 3 per cento sugli appalti pubblici. In particolare quelli assegnati dalle municipalizzate, dove Lo Piccolo sembrava poter decidere tutto: roba grossa, entrate che superavano anche i 200 mila euro per volta. Infine gli affari legali: le aziende di movimento terra che qualche mese fa hanno permesso al boss di incassare 2 milioni di euro in un colpo solo. In totale, esaminate le carte e riletto il contenuto dei rapporti ancora segreti dove sono riassunte ore e ore d'intercettazioni ambientali, tra gli investigatori c'è chi azzarda una stima: "Ogni mese Lo Piccolo e i suoi fedelissimi si mettevano in tasca qualcosa come sette, otto milioni di euro". Cento milioni all'anno, insomma. Tanto valeva l'uomo che sognava di diventare il nuovo Bernardo Provenzano.

Dove sono finiti tutti quei soldi? Una parte certamente a Palermo dove, lo scorso anno, il Gico della Guardia di Finanza ha sequestrato a dieci prestanome del clan beni per 334 milioni. Sono stati messi i sigilli a centinaia di villette in costruzione allo Zen, a decine di appartamenti di pregio. Sono stati arrestati un commercialista e un sensale, Salvatore Gottuso, un uomo d'onore specializzato nell'intermediazioni di terreni che aveva anche contatti politici di buon livello. La Procura ha poi bloccato il 20 per cento delle quote del Las Vegas, una delle sale Bingo più grandi d'Europa. Appartengono, dice l'accusa, a tre mafiosi di rango: Sandro Mannino, Rosario Inzerillo e Vincenzo Marcianò. Tre discendenti degli 'scappati', cioè delle famiglie di Cosa Nostra perdenti a cui i corleonesi di Totò Riina, dopo la mattanza dei primi anni Ottanta, avevano risparmiato la vita a patto che si rifugiassero all'estero e non mettessero più piede in città. Con Lo Piccolo in sella, 'gli scappati' sono tornati. E, d'accordo con il nuovo capo, hanno investito qui il denaro guadagnato in anni e anni trascorsi negli Stati Uniti. Tutto questo però non basta a spiegare che fine abbia fatto l'intero tesoro di Lo Piccolo, il boss che ha regnato su Cosa Nostra una sola estate. Dov'è questo tesoro?

I pm Gaetano Paci e Nico Gozzo, che coordinano le indagini su di lui, seguono molte piste. Una è particolarmente significativa. Per scoprirla bisogna mettersi in macchina e dirigersi verso l'aeroporto. Sulla destra, pochi chilometri dopo Mondello, la spiaggia dei palermitani, ecco Carini: 25 mila abitanti, villette basse, un nugolo di stradine senza nome e molti imprenditori in odor di mafia. Alcuni di loro sono già finiti in manette: con una sorta di cassa comune targata Cosa Nostra stavano costruendo alberghi, avevano messo in piedi ditte di autotrasporti e di distribuzione di materiale elettronico. Le solite cose, insomma. Diverso era però l'istituto di credito cui si appoggiavano: una filiale della Popolare di Lodi, ora Popolare Italiana, dove il direttore e gli impiegati, prima di venir rimossi in seguito a un controllo interno, di fronte alla mafia chiudevano entrambi gli occhi. Da quelli sportelli entravano e uscivano borse piene di contanti. Soldi che a volte erano diretti in Svizzera.

I militari della Guardia di Finanza lo scoprono alle sei e mezza del pomeriggio del 29 aprile 2006, a Milano, quando in viale Bianca Maria bloccano il corriere polacco di una società svizzera, la Numisart di Lugano, specializzata in trasporto di valuta oltre frontiera. In mano l'uomo ha una borsa piena di banconote in parte ancora fascettate dalla Lodi: 450 mila euro. Niente di strano per uno spallone come lui, da sempre abituato a far la spola con Lugano, per far espatriare il nero di grandi aziende italiane. E in fondo anche questa volta l'uomo che gli ha appena dato la sacca dei soldi è un manager. Si chiama Paolo Sgroi, ha 61 anni ed è membro del consiglio di amministrazione della Sisa, il colosso della grande distribuzione con sede a Carpi, che conta 730 soci e oltre 700 affiliati, e che fattura più di 4 miliardi di euro l'anno. Sgroi, proprio a Carini, presiede e dirige il Cida Sicilia, cioè l'azienda che si occupa di consegnare i prodotti Sisa agli affiliati dell'isola. Il suo è un bel business, il giro di affari supera i 238 milioni di euro. Sgroi però, questa l'ipotesi della Procura di Palermo, non è solo un bravo dirigente. Ha anche un secondo lavoro: per conto dei vertici di Cosa Nostra ricicla i soldi dei clan. Il suo caso è tutto raccontato in un documento di 15 pagine che 'L'espresso' ha potuto leggere: la rogatoria inviata in Svizzera per ricostruire i movimenti di un conto cifrato, chiamato 100.264 Maroi, sul quale sono stati bloccati 2 milioni di euro. Dentro è narrata una vicenda da far tremare i polsi. Una vicenda che inizia non a Milano, ma a Palermo, addirittura sei anni fa.

È l'autunno del 2001. Bernardo Provenzano è ancora saldamente alla testa di Cosa Nostra e Totuccio Lo Piccolo, a quell'epoca latitante già da 19 anni, è solo il suo uomo di fiducia nella zona occidentale della città. Gli agenti della squadra catturandi della Questura già lo cercano disperatamente. Lo Piccolo, del resto, domina su un mandamento mafioso importante: quello di San Lorenzo, fino al 1993 tenuto saldamente in mano da Salvatore Biondino, l'autista di Riina. E nella mafia, si sa, guidare l'auto del capo dei capi non significa portarlo a spasso. A San Lorenzo, poi, il pizzo è la regola. A metà degli anni Novanta, per la prima volta, i magistrati si sono trovati in mano, proprio come accade adesso, il libro mastro del clan. Leggendo hanno scoperto che anche la Fininvest di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri versava i soldi alla mafia, anche se, spiegheranno i pentiti, non come tangenti, ma come regali.

Insomma, in quel 2001 ci sono molti buoni motivi per dare la caccia a Lo Piccolo. Per questo decine di microspie sono in funzione. Alle 12,38 del 17 novembre una di queste capta la discussione fra tre uomini di Lo Piccolo: un importante boss e due gregari. I tre parlano di Sgroi e della Sisa. Spiegano che quella è la strada giusta per fare soldi senza correre rischi e aggiungono che, in ogni caso, la Sisa non avrebbe avuto tanto successo se non avesse avuto dietro "quelli". "Ma loro non sono nessuno, ci sono quelli sopra loro", dicono. Poi fanno due nomi, o meglio due soprannomi: "Il più grosso" e "l'africano, quello delle miniere d'oro". Ovvero Provenzano e il suo alter ego in doppiopetto: Robert Von Palace, al secolo Roberto Vito Palazzolo. Negli anni Ottanta Palazzolo riciclava in Svizzera milioni di dollari sporchi di eroina. Oggi è residente in Sudafrica dove possiede le miniere di diamanti della Rbc Corporation; fornisce, grazie ai buoni rapporti con l'African National Congress, la propria acqua minerale, La Vie , agli aerei della compagnia di bandiera; e ha fatto affari, attraverso la Banca del Gottardo di Montecarlo, con un celebre amico, il conte Rocky Agusta. Lì per lì quella dei tre mafiosi sembra quasi una boutade. Ma nel corso degli anni le cose cambieranno. Adesso c'è Lo Piccolo che nei suoi pizzini parla del "nostro amico Sgroi" e lo descrive come uno al quale si possono chiedere favori. Poi c'è il capo dei capi, zio Bino, che nella corrispondenza sequestrata nel 2006 nel suo covo di Montagna dei Cavalli, lo include, assieme al re siciliano dei discount di detersivi, Giuseppe Ferdico, tra le persone su cui si può contare.

Così, a poco a poco nelle menti degli investigatori si affaccia un interrogativo: gli uomini di Provenzano, e Lo Piccolo è uno di loro, si stanno buttando sui supermercati? In fondo la mafia del vecchio boss corleonese è stata scoperta almeno due volte mentre tentava d'infiltrarsi, grazie agli appoggi della politica, nella costruzione di ipermercati. Lì però si parlava solo di appalti e della possibilità di ottenere in gestione dei negozi all'interno delle strutture. Qui la cosa sembra diversa. Nel 2006, pochi giorni dopo la cattura di Provenzano, la domanda si trasforma in un sospetto. Anche nella Mercedes di Sgroi sono state nascoste delle microspie. E non appena i giornali locali pubblicano degli articoli in cui si dice che tra le carte del boss dei boss ci sono pizzini inviati da Lo Piccolo in cui si parla di grande distiribuzione, Sgroi va nel panico. Nessuno ha pubblicato il suo nome o quello della Sisa. Ma lui si riconosce lo stesso. A suo fratello dice più o meno: "Quel pizzino l'ho scritto io". E chiude la frase sussurrando: "Io non vedo l'ora che è domani... alle sei e mezza... consegno queste cose e tu sai perché". La mattina dopo parte con la moglie per Milano, incontra lo spallone polacco, gli dà la borsa coi soldi e viene fermato dalla Guardia di Finanza.

Svizzera, Sudafrica, Montecarlo. Ne ha fatta di strada Lo Piccolo, pensano i poliziotti che lo arrestano. A guardarlo, mentre, tra la sorpresa generale, si bacia sulla bocca con Gaspare Pulizzi, prima di essere portato in galera, sembra solo l'ultimo esponente di una mafia arcaica e un po' animale. Ma in fondo Pulizzi è di Carini. E quella bocca deve restare chiusa.



Boss connection

di MARCO LILLO E ANTONIO NICASO


È uno degli uomini più ricchi del mondo: il suo gruppo caseario fattura 4 miliardi. Ma ora i magistrati vogliono fare luce sul ruolo di Lino Saputo nel riciclaggio tra Italia e Canada. E spuntano rapporti con il padrino Bonanno

 
Lino Saputo era felice come un bambino il 27 ottobre scorso. Maria Grazia Cucinotta, strizzata in un tubino scuro, quella sera al Plaza di Atlantic City gli stava consegnando il premio della Cnsa, la Confederazione dei siciliani del nord America: "Ecco a voi il miglior imprenditore dell'anno, il primo produttore di latticini del Canada, il terzo negli Stati Uniti". Il re del formaggio sorrideva ai 700 italiani. Ad applaudirlo c'erano l'ex ministro Enrico La Loggia , il console d'Italia a New York, il deputato di Philadelphia Salvatore Ferrigno, l'assessore siciliano Santi Formica e tanti altri. A braccetto con l'altro premiato, l'attore Ben Gazzara, assaporava al volgere dei settant'anni la dolce discesa della vita. La mente andava alla lunga salita affrontata per essere su quel palco: l'infanzia in Sicilia, il piroscafo che nel 1952 lo porta da Montelepre, il paese del bandito Giuliano, fino all'America. Gli inizi con il padre, la bicicletta per consegnare 10 chili di mozzarella al giorno, la crescita, la quotazione in Borsa a Toronto, il boom dell'ultimo decennio che ha decuplicato il fatturato fino a 4 miliardi di dollari e gli utili a 400 milioni l'anno. Lino stringeva al cuore quella targa perché era un riconoscimento alla storia dei Saputo. Non poteva sapere che il nome della sua famiglia, impresso sul 35 per cento della produzione casearia del Canada, sulla squadra di calcio di Montreal e sullo stadio avveniristico della città, proprio quel nome a 4 mila miglia di distanza, era finito nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Roma coordinata da Italo Ormanni.

Cinque giorni prima, il 22 ottobre, la Dia di Roma, guidata dal colonnello Paolo La Forgia , ha arrestato 16 boss e colletti bianchi del clan di Vito Rizzuto. Le indagini dei vicequestori Silvia Franzé e Alessandro Mosca sono durate due anni e hanno colpito duramente la connection tra il Canada e l'Italia. A 'L'espresso' però risulta che l'ultima pista investigativa percorsa dal nucleo di polizia tributaria di Milano porta proprio ai rapporti tra Rizzuto e i Saputo. Il capitano Gerardo Marinelli e il maggiore Vincenzo Andreone hanno intercettato tra il 2005 e il 2006 l 'imprenditore Mariano Turrisi, l'uomo di Rizzuto a Roma, mentre tentava di riciclare 600 milioni di dollari mediante la cessione proprio a Lino Saputo del suo gruppo Made in Italy, destinato a operare nel settore del lusso. Saputo non è indagato, ma l'operazione (vedi articolo a pag. 47) ha nuovamente acceso il faro sui suoi rapporti con la criminalità. Qualche mese prima degli arresti, il pm romano Adriano Iasillo ha scritto una lettera riservata alla Polizia interforze del Canada: " La Guardia di Finanza ha intercettato conversazioni dalle quali si capisce che è in corso un'operazione di cessione del gruppo Made in Italy all'imprenditore canadese Lino Saputo per la somma di 600 milioni di dollari americani di cui 300 sarebbero destinati direttamente alla famiglia capeggiata da Vito Rizzuto (...) sarebbe estremamente utile acquisire ogni dato che provi il collegamento tra Saputo e Rizzuto". Alla richiesta del pm italiano non è giunta alcuna risposta. 'L'espresso' ha svolto una ricerca negli archivi del governo canadese e dello Stato di New York, nei vecchi rapporti della polizia e dell'Fbi, scoprendo una serie di documenti che provano i trascorsi rapporti di affari tra Saputo e la storica famiglia Bonanno di New York, della quale proprio il boss Rizzuto è oggi il rappresentante in Canada.

Per ricostruire la saga parallela bisogna partire da un documento. La richiesta di ingresso in Canada presentata il 25 maggio 1964 da un emigrante: Giuseppe Bonanno, nato a Castellammare (Trapani), religione cattolica, cittadinanza statunitense. Bonanno non è un siciliano qualunque. Secondo molti è il Padrino con la 'P' maiuscola, quello al quale si sarebbe ispirato Mario Puzo per il personaggio di don Vito Corleone. Morirà nel 2002 dopo una sola condanna per ostruzione alla giustizia, ma quando presenta la domanda per entrare in Canada è il capo della famiglia omonima che compone insieme ad altre quattro la cupola americana di Cosa Nostra. Bonanno lascia New York per sfuggire alle indagini e ai killer del clan rivale. Punta su Montreal perché sa di avere amici pronti ad accoglierlo: i Saputo. Allegata alla sua domanda c'è una lettera della Giuseppe Saputo & sons: "Caro Mr. Joseph Bonanno (.) tu ci hai aiutato molto negli anni e noi siamo felici di averti nelle nostre attività. Siamo pronti a darti il 20 per cento delle nostre tre società a fronte di un investimento di 8 mila dollari. Siamo certi che ci potrai aiutare enormemente nell'espansione dell'attività. Con il tuo aiuto raddoppieremo i dipendenti". Non c'è da stupirsi. Bonanno non gestiva solo affari illeciti. Come racconterà nella sua autobiografia, 'Uomo d'onore', tra una sparatoria e l'altra fabbricava anche mozzarelle. Nel Wisconsin era socio occulto di un caseificio (tuttora attivo) gestito da un certo John Di Bella di Montelepre, il paese dei Saputo. Proprio Di Bella presentò 'Il Padrino' e 'Il re del formaggio' e chissà che non sia lo stesso John Di Bella che accompagnò Bonanno al vertice più importante della storia della mafia, nel 1957, al Grand Hotel delle Palme di Palermo.

Il Canada, comunque, non accolse Bonanno. Anzi lo arrestò e lo rispedì al mittente. L'ingresso nel gruppo Saputo saltò. Ma non del tutto. Un'indagine governativa Usa 15 anni dopo dimostrerà che Bonanno è stato socio di Saputo. Nel 1980 Lino Saputo voleva aprire un caseificio a due passi dalla Grande Mela, ma lo Stato di New York negò la licenza al termine di un'indagine condotta in collaborazione con la polizia dal consigliere del Dipartimento dell'Agricoltura Thomas Conway. 'L'espresso' ha letto il rapporto Conway che sembra tratto da una sceneggiatura di Francis Ford Coppola. Tutto inizia il 20 maggio 1964. Bonanno compra il 33 per cento di una delle tre società del gruppo Saputo, la Cremerie Stella. Stando a un verbale, che Saputo dice di non avere mai visto, i due soci si spartiscono così le cariche: Saputo è amministratore, Bonanno tesoriere. Passano due anni e il figlio di Bonanno, Salvatore, viene fermato a Montreal su un'auto intestata al genero del gran lattaio. Nel 1972 la Polizia trova nella valigetta di Saputo una strana contabilità dove sono segnati gli utili distribuiti a un misterioso azionista denominato con le iniziali: J. B. "È Joe Borsellino, mio cognato e socio", giura Saputo. Conway non gli crede: JB era Joseph Bonanno. Con appuntati pagamenti per 44 mila e 766 dollari (all'epoca un tesoretto) riferiti a JB.

Le indagini canadesi del 1972 si concludono con un nulla di fatto e Saputo può continuare la sua ascesa. E anche le sue relazioni pericolose. Lo scopre l'Fbi monitorando la spazzatura di Bonanno dal 1975 al 1979. Il Padrino è anziano e annota gli impegni con meticolosa precisione. Poi a sera getta tutto nel cassonetto a beneficio degli agenti travestiti da netturbini. Scrive Conway: "Ben 206 note confermano le relazioni continuate tra Bonanno, Lino Saputo e il cognato Joe Borsellino (...) biglietti di auguri, richieste di Bonanno ai Saputo sui loro business, preoccupazioni per le inchieste e persino trasferimenti di fondi da Saputo a Bonanno". In un foglio il Padrino scrive: "Lino is a person of mine (.) is a god boy". Nel 1975 il boss organizza un incontro a Long Beach e annota di voler pagare la suite e il ristorante per Lino e la moglie. Secondo il rapporto Conway, nel 1977 Bonanno dà istruzioni a Saputo e Borsellino per consegnare 51 mila dollari alla nipote del boss. Nella sua rubrica ci sono tutti i numeri di Lino e e nelle sue note si trovano 27 riferimenti di questo tenore: "Parlare con Lino per sapere se è possibile portare i soldi in California prima di Natale". Oppure: "Peppe e Lino per il liquido". Peppe, secondo l'Fbi, è Giuseppe (Joe) Borsellino, il cognato delegato a tenere i rapporti con il boss: oggi si occupa del ramo costruzioni dell'impero familiare ed è un personaggio chiave a Montreal.

Nato a Cattolica Eraclea, come Vito Rizzuto, mantiene stretti rapporti con il paese di origine. Per esempio, quando il sindaco di Cattolica, Nino Aquilino, nel 2004 vola a Montreal per l'Immacolata Concezione, prima incontra il boss Nick Rizzuto. Poi va allo Sheraton per la festa e si fa fotografare con il cognato di Saputo, Joe Borsellino. Joe e Lino comunque si sono presi una bella rivincita otto anni dopo il gran rifiuto di New York. Nel 1988 il gruppo compra una delle maggiori aziende di latticini degli Stati Uniti e nessuno lo ferma. Ormai è un imprenditore affermato. Fino al 1998 Lino Saputo siede nel board della National Bank del Canada e oggi controlla un impero presente in tre continenti con 9 mila dipendenti e 45 stabilimenti: dall'Australia alla Germania, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna. Nel suo consiglio di amministrazione c'è l'ex premier del Québec. È senza dubbio l'italiano più potente del Canada, il 317esimo uomo più ricco del mondo, davanti a Luciano Benetton. Lui non rinnega i suoi concittadini, anche quelli chiacchierati. Nel 1992 partecipa al funerale del boss Joe Lo Presti, ucciso da una pistolettata. Tra la folla gli agenti intravedono anche il boss di Montreal, Vito Rizzuto. Oggi i loro nomi sono di nuovo l'uno accanto all'altro in un rapporto di Polizia. Ma stavolta in ballo ci sono 600 milioni di dollari.


 

Quella ragnatela tra Québec e Reggio Calabria


Il volto innovativo della mafia siciliana trapiantata in Canada. Che vuole investire in Italia negli appalti, nelle cliniche e nei villaggi turistici

 


Dimenticate la mafia rurale di Provenzano. La Cosa Nostra italo-canadese descritta dalla Dia di Roma non taglieggia le focaccerie e non vive nei tuguri dei cugini siciliani. È

una multinazionale del business che traffica in narcotici, ma pensa in grande: tonnellate di cocaina nascosta nel pellame per rendere impossibile il lavoro ai segugi dell'antidroga. Gli uomini di Rizzuto cercano di stringere accordi anche con una azienda leader come la Dani Leather di Arzignano (55 milionidi fatturato), costruiscono società per creare cliniche nel Lazio e villaggi turistici in Puglia. A Montreal cercano di agganciare il grande costruttore italiano Broccolini, che per una coincidenza ha realizzato il Saputo Stadium.

Ogni cellula agisce all'insaputa dell'altra, ma al centro di tutto ci sono sempre loro: i Rizzuto. Nick, il patriarca, e Vito, il boss. Sembrano usciti da un film. La parte operativa delle loro attività la delegano a manovali di varie etnie, dagli irlandesi della West End Gang ai famigerati motociclisti Hells Angels. Il network funziona anche se è meno stabile. Quando Vito Rizzuto è stato arrestato, gli Hells si ribellano al suo delfino, Francesco Arcadi, uccidendogli l'autista nell'ottobre 2006. Il 23 agosto arriva la risposta: un picciotto spara contro una Porsche parcheggiata davanti al ristorante Cavalli, il più trendy di Montreal: si salva per un pelo un capo degli Hells.

I Rizzuto sono boss moderni, ma allo stesso tempo antichi. Somigliano al principe di Villagrazia, Stefano Bontate, spazzato via dai 'viddani' di Riina. Non a caso i legami milanesi di Rizzuto sono gli stessi che emergevano nelle vecchie indagini del 1980 sui fratelli Dell'Utri e Vittorio Mangano. Vito Rizzuto è stato arrestato la prima volta nel 2002 su una Grand Cherokee intestata non a un contadino, ma alla principale società di rifiuti di Montreal, la OMG. Il clan negli ultimi anni sente il richiamo della terra natia. La società di rifiuti, prima di essere ceduta a un sano gruppo canadese, aveva aperto anche una filiale italiana. Dopo il tentativo di costruire il ponte sullo Stretto (sventato dalla Dia nel 2005), ora i Rizzuto puntavano agli appalti dell'autostrada Salerno-Reggio, senza dimenticare la A-30 Toronto-Ottawa. Québec o Calabria fa lo stesso.



MADE IN ITALY è cosa nostra

di Antonio Nicaso


Agganci politici tra Roma e gli Usa. E tanti soldi. Così l'imprenditore Mariano Turrisi cercava accrediti per riciclare 600 milioni. Lo hanno arrestato per mafia

 


C'è anche il senatore a vita Giulio Andreotti tra i contatti italiani vantati dall'imprenditore Mariano Turrisi, arrestato per mafia il 22 ottobre scorso. L'uomo che seguiva per conto del boss Vito Rizzuto un'operazione di riciclaggio da 600 milioni di dollari, raccontava spesso di avere ottenuto un incontro con il senatore a vita. Ma Turrisi faceva di tutto per ottenere un riconoscimento ufficiale del ruolo della sua società Made in Italy, spendendo soldi e nomi con grande facilità. Si era legato ai Savoia, diventando vicepresidente del loro movimento politico e pagando l'affitto della sede romana, perché erano un ottimo biglietto da visita. Assieme a Emanuele Filiberto era stato a New York in cerca di relazioni eccellenti. E proprio negli States si era fatto fotografare con il rabbino Ronald Greenwald, già consigliere dell'ex presidente Richard Nixon. Un personaggio influente sui due lati dell'Atlantico.

In Italia aveva puntato su Vincenzo Luciani: un ex democristiano che inizialmente ha una piccola quota di Made in Italy. E soprattutto amico dell'allora presidente della Commissione esteri Gustavo Selva. Turrisi fa pure circolare una lettera di raccomandazione firmata dal politico di An nella quale si cita un amico comune: il senatore americano Arlen Specter. Specter, leader repubblicano della Pennsylvania, è un figura di peso anche nelle questioni giudiziarie di Washington. A 'L'espresso' risulta che effettivamente Selva e Specter hanno conosciuto Turrisi. Ma la lettera sarebbe un falso. Turrisi infatti è il classico personaggio che si muove sempre al confine tra il riciclatore e il truffatore. Tenta di accreditare suoi rapporti con il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che sei mesi fa scrive una lettera per diffidarlo. Vuole assoldare come consulente l'ex sottosegretario dell'ultimo governo Andreotti, Nino Cristofori, ma anche con lui le cose finiscono male.

Politica e riciclaggio erano due facce della stessa medaglia. Il manager di Piedimonte Etneo aveva bisogno di un riconoscimento ufficiale alla sua società del ruolo di tutela dalla contraffazione del Made in Italy. Il suo piano? Made in Italy doveva diventare concessionaria dello Stato per il marchio perché solo così avrebbe potuto giustificare l'esborso di 600 milioni per quella scatola vuota. Il Nucleo polizia tributaria di Milano guidato dal colonnello Virgilio Pomponi ha ricostruito la storia dal 2002, quando Mariano chiama il boss Vito Rizzuto e lo saluta così: "Baciamo le mani". Nel 2003 Vito dice a un collaboratore: "Mariano è un mio socio, abbiamo fatto delle cose insieme". Nel settembre 2005, dopo l'arresto di don Vito, Turrisi vola a Montreal per vedere il figlio del boss, Nick junior, e il cugino, Frank Campoli. Un mese dopo i due sono intercettati mentre parlano dell'operazione Made in Italy ed esprimono dubbi sulle capacità di Turrisi nel portarla a termine. Ma Turrisi ce la mette tutta. Dal suo ufficio di fronte a Palazzo Chigi contatta finanzieri libanesi e consulenti Usa di primo livello. Sostiene di avere un filo con la Metro Goldwin Mayer per fare un parco divertimenti ispirato all'Italia a Las Vegas, vive tra Cannes e l'hotel d'Inghilterra. Lo finanzia il socio Rodolfo Fedi fiducioso nell'arrivo della grande somma. Turrisi gli dice: "Il re del formaggio (Saputo, ndr) ci darà 600 perché lui non deve sapere, ha detto la famiglia, prenderà la metà".

Anche la società che avrebbe concluso l'acquisto è creata e diretta da Turrisi, ma si chiama Saputo Enterprises Corporation. Non risultano collegamenti azionari con il gruppo di Lino Saputo. E, in tutti gli atti dell'indagine, non c'è mai una lettera o una telefonata di Turrisi a Saputo, che infatti non è stato iscritto nel registro degli indagati. Ma gli inquirenti italiani vogliono ricostruire fino in fondo la liason tra Italia e Canada. E andranno a sentire in Svizzera i banchieri dell'Ubs che avrebbero gestito l'operazione per chiarirne tutti gli aspetti.

Stampa