Stroncata la tratta delle nigeriane

scritto da Il Secolo XIX il .

IL SECOLO XIX – 08.07.2006

L’INDAGINE – poche migliaia di euro per una giovane donna poi resa schiava con i riti voodo. Tutti i particolari dell’inchiesta che ha portato a 11 arresti.

Stroncata la tratta delle nigeriane

Le “compravano” in Africa e le costringevano a prostituirsi a Sampierdarena e Rivarolo

di Graziano Cetara


Joy ha dovuto imparare a leggere e scrivere solo per conoscere e non sbagliare mai il nome falso con cui veniva importata a Genova. Al mercato della carne umana, nei villaggi di Lagos, in Nigeria, il suo corpo è valso novemila euro ai trafficanti dei nuovi schiavi. Il debito che avrebbe dovuto pagare prostituendosi per tornare a casa, era una cifra incomprensibile ai suoi occhi: 80.000 euro. Joy non ha dovuto imparare a fare di conto nella valuta di un continente mai sentito prima. Lei appena diciottenne è una delle ragazze liberate dalla Polizia nell’ambito dell’inchiesta sulla prostituzione nordafricana a Genova, condotta dal sostituto procuratore Giovanni Arena, che ha portato nei giorni scorsi all’arresto di undici persone, difese dagli avvocati Riccardo Caramello, Andrea Guido e Danilo Icardi.

In manette è finito l’uomo che è considerato il vertice della tratta delle nigeriane a Genova: Victor Osawaru, 29 anni, residente in via Fillak a Sampierdarena. E con lui altri dieci connazionali, tra cui nove donne accusate di essere madame, le proprietarie ultime delle schiave, ex prostitute, con potere di vita o di morte su ognuna di loro, incaricate di fornire vitto e alloggio, di esigere pagamenti regolari e gestire, controllare ogni ora della loro vita.
L’angolo di marciapiede affidato a ogni ragazza si chiama joint. E’ uno dei retroscena che emergono dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Maria Teresa Rubina. Uno spaccato della prostituzione di colore a Genova, che ogni notte accende di falò Lungomare Canepa, Via Sampierdarena, Corso Perrone e di giorno riempie appartamenti dormitorio, nei quartieri di Pegli, Rivarolo, Quezzi. La nuova macchina che ho comprato deve iniziate a lavorare mi dai il permesso?, in una delle intercettazioni è una madame ha chiedere l’autorizzazione a Victor per mettere sulla strada l’ultimo arrivo. In codice le donne sono macchine, quando sono già a Genova, lettere quando sono in partenza dalla Nigeria.

L’importazione è seguita da una rete di intermediari definiti sponsor con terminali in Africa, a Roma, in Sardegna, in Danimarca. I più esposti hanno cittadinanza europea e possono spostarsi liberamente. Le lucciole sono prese nei loro villaggi: E’ una piccolina, veramente piccola. Se la vedi ti fa pena, è giovanissima, sicuramente sono andati a prenderla in campagna…Si legge in un’altra intercettazione: “la mia famiglia era la fame – racconta una delle donne liberate dalla polizia – mio padre e l’unico fratello sono inabili al lavoro e ho quattro sorelline piccolissime. Abitavamo tutti in un villaggio di contadini. Sono venuti a prendermi, mi offrivano un lavoro e dei soldi”. Inizia così la schiavitù.
Ogni ragazza riceveva un documento falso, un biglietto aereo di sola andata e un nuovo nome, Glory, Charity, Joy. Gloria, carità, gioia, con cui presentarsi ai clienti sulla strada. Un passaporto nella tratta delle schiave nigeriane viene usato tre volte: viene requisito all’arrivo in Italia e rispedito in Africa per un riutilizzo. Non più di tre volte, perché si rovina, spiega uno degli indagati in una conversazione registrata dagli investigatori. Gli itinerari erano sempre gli stessi: Lagos, Belgio, Austria e alla fine Italia. Ma le vie della tratta possono essere infinite.

In un caso una nigeriana ha presentato una falsa istanza di riconoscimento dello status di rifugiato politico: nel corso di disordini religiosi il padre e il fratello erano stati uccisi. Tutto inventato, come dimostrato dalle intercettazioni. Era un sistema fra i tanti per ottenere un visto e poter lavorare in pace in Italia.
Una volta nelle mani della propria madame la fuga è impossibile. Ti faccio uccidere dal Dio del ferro, il Dio Ogun, e faccio sterminare tutta la tua famiglia, è una delle minacce registrate dagli investigatori. La giovane non vuole lavorare, è stanca. La sua sfruttatrice la obbliga, le agita i fantasmi di una delle divinità animistiche in cui crede: Lo so di non essere padrona di me stessa, ma oggi non vado a lavorare!, urla al telefono la vittima delle minacce. Tagliati le unghie e i capelli, se non lo fai da sola lo farò io, lasciandoti i segni, le cicatrici, le intima la madame. L’ordine viene eseguito. Non serve alcun rito. Basta crederci. Ed è questo che conta e che fino a ieri alimentava la schiavitù. E che ancora alimenta il mercato del sesso africano a Genova. La Polizia ha arrestato Victor e altri dieci trafficanti di donne. Ne ha liberate una decina. Ma un’altra Joe, pagata a peso al mercato della carne di Lagos, in Nigeria, è già in arrivo.



il RETROSCENA

Violentate in auto da uno degli sfruttatori

obbligate a pagare 1.500 euro a settimana    

Mary rende bene. E’ un business e le donne sono beni di investimento. Devono pagare, lavorare e dormire. Mangiare poco perché costa, e pagare, pagare. In una delle intercettazioni della polizia la madame, una delle nigeriane arrestate, si complimenta per il fatturato della giovane appena arrivata dall’Africa, nonostante i controlli delle Forze dell’Ordine le rendano la vita impossibile.

Le nigeriane hanno un debito e devono pagare 1.500 euro a settimana. Il debito è di 80.000 euro, a cui si deve aggiungere cinquemila euro di regalo alla sfruttatrice. Si chiama così quel quid in più imposto sulla cifra del riscatto, che va pagato per riottenere la libertà. Nelle carte dell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giovanni Arena non si ha notizia di donne che sono riuscite a ritornare proprietarie di se stesse. Le uniche sono quelle salvate dalla Polizia nel corso delle indagini e che, con le loro dichiarazioni, hanno permesso agli inquirenti di sgominare l’organizzazione.

L’intermediario guadagna fino a 700 euro a donna, al netto delle spese per l’importazione: un passaporto falso, il biglietto aereo di sola andata e dei vestiti. Molte delle ragazze strappate al villaggio africano partono senza possedere nulla. Senza conoscere una sola parola d’italiano e senza conoscere il valore di tutti quei soldi che dovranno restituire. Ottantamila euro non sono nulla per loro. Eppure per ripagarli dovranno prostituirsi ogni notte per mesi, forse anni.

Arrivate a Genova giurano nelle mani della madame, da cui dipenderanno e alla quale dovranno pagare ogni settimana 1.500 euro, 250 euro al mese di affitto e 50 euro ogni sette giorni per il vitto.

Una delle promesse solenni alle quali si sottomettono le donne riguarda gli uomini nigeriani: “Niente sesso con loro. Potrebbero portarci via e sfruttarci a loro volta. In tal modo le madame subirebbero un grave danno economico”. Tra le minacce raccontate nell’ordinanza di custodia cautelare c’è quella dell’arroganza, dell’aggressività di Victor: secondo le accuse raccolte dalla Polizia l’uomo avrebbe tentato di violentare alcune delle lucciole che importava e destinava alla strada.
G. Cet.


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