Clan Fiandaca, chiesti sei ergastoli organizzarono il delitto Gaglianò
IL PROCESSO – Requisitoria di due giorni del pm Canepa per un omicidio di mafia del 1991Clan Fiandaca, chiesti sei ergastoli “organizzarono il delitto Gaglianò”
Per altri due imputati proposta una pena di venticinque anni. Nove per il Collaboratore di Giustizia che ha fatto alzare il velo sull’esecuzione decisa per una partita di droga non pagata
Sei ergastoli, due condanne a 25 anni e una a nove “soltanto” per un Collaboratore di Giustizia. Queste sono state le richieste che la pubblica accusa Anna Canepa ha formulato al termine di una requisitoria che si è prolungata due giorni, per l’omicidio di Luciano Gaglianò. Il pregiudicato era stato ucciso con sei colpi di pistola il 20 novembre del 1991 in via Pastorino a Bolzaneto, mentre si trovava a bordo della sua auto, una Fiat Uno. Secondo gli inquirenti Gaglianò era stato giustiziato perché non aveva pagato una partita di cocaina da mezzo chilo al gruppo mafioso capeggiato dai Fiandaca-Emmanuello e legato al clan di Madonia. L’omicidio era stato risolto dopo 12 anni grazie alle serrate indagini del pm Anna Canepa, della squadra mobile e alle rivelazioni di alcuni pentiti.
L’ergastolo è stato chiesto per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nunzio e Daniele Emmanuello e Franco La Cognata tutti originari di Gela. La richiesta dei 25 anni di carcere è stata invece pronunciata per Paolo Vitello, originario di Mazzarino e Vincenzo Di Caro. Nove anni Canepa li ha chiesti per Angelo Celona (il pentito) originario di Gela mentre l’assoluzione per insufficienza di prove è stata domandata per Alessandro Emmanuello, anche lui nato a Gela.
Gli assassini si trovavano su una Golf nera: avevano braccato Gaglianò e senza neppure scendere dall’auto gli scaricarono addosso un intero caricatore di una Remington. Ma il corpo dell’uomo era già stato colpito a morte dal primo proiettile che lo aveva centrato al capo. Il rinvio a giudizio era stato firmato dal giudice Massimo Modella e le accuse erano omicidio e ricettazione in concorso.
Secondo la ricostruzione che era stata possibile effettuare con la collaborazione dei pentiti a sparare a Gaglianò era stato Di Caro che con La Cognata era stato “richiamato” dalla Sicilia appositamente per mettere a punto l’agguato. All’operazione partecipò per sia stessa ammissione Angelo Celona (era alla guida dell’auto) che è poi divenuto collaboratore di giustizia. Si è saputo che la banda aveva progettato l’omicidio in un appartamento di via Casaregis, che era intestato a Vitello e fungeva da base anche per i clan dei Fiandaca e degli Emmanuello. Proprio Vitello avrebbe dovuto far sparire l’auto utilizzata, una Golf grigia rubata in via Turati il 10 ottobre del 1991, poi abbandonata nei pressi del casello di Bolzaneto e portare via l’arma del delitto, una Remington. Qualcosa però andò storto: Vitello portò via altre due pistole, ma l’auto degli assassini non fu bruciata e la Remington, usata senza i guanti, rimase nel cassetto portaoggetti dell’auto.
Il processo, iniziato il 2 dicembre del 2004, si svolge davanti alla Corte d’Assise. E’ stato rinviato per le repliche dei difensori al 10 luglio. Tra i difensori gli avvocati Sandro Vaccaio, Andrea Vernazza, Giovanni Ricco. La sentenza sarà pronunciata probabilmente il prossimo settembre.El.V.