Genova - Manette alla gang del pizzo

scritto da Il Secolo XIX il .

IL SECOLO XIX - 7 maggio 2006

QUEZZI Una prima richiesta di 1500 euro per garantire la "tranquillità". Poi i malviventi ne pretendono altri diecimila. E la vittima si ribella
Manette alla gang del pizzo 

Tre pregiudicati minacciano e picchiano un carrozziere. La Mobile li arresta

«Allora, questi soldi, me li vuoi dare o no?». La richiesta del pizzo, semplice e immediata, è corroborata, dopo appena un secondo, da un violento pugno sul viso della vittima. La scena sembra uscire da tempi passati, o da città del sud Italia. E invece si è svolta a Genova, nel quartiere di Quezzi, l'altro ieri pomeriggio.
I protagonisti sono, da una parte, un carrozziere di 45 anni padre di famiglia, che vive e lavora nel quartiere alle spalle di Marassi. Dall'altra tre individui, con numerosi precedenti penali: Salvatore Marino, 44 anni, Angelo Scaglione, 49 anni e Paolo Gennarelli, cinquantenne. I primi due risultano essere vicini al clan Fiandaca. Con esponenti della famiglia mafiosa, attiva negli ultimi decenni a Genova, Marino e Scaglione risultano implicati in vicende giudiziarie relative al racket del gioco d'azzardo e al traffico di stupefacenti. Il terzo della gang, Gennarelli, ha svariati precedenti per droga.
Tutti sono finiti in manette alle 16.30 dell'altro ieri, al termine di una delicata indagine della squadra mobile genovese, retta da Claudio Sanfilippo. Condotti in carcere a Marassi, devono rispondere di tentata estorsione e lesioni. I fatti: nei giorni scorsi il carrozziere riceve la minacciosa visita dei tre delinquenti. «Devi pagare il pizzo, così non ti succederà niente». L'uomo ritiene conveniente non correre rischi, ed acconsente a consegnare 1.500 euro in contanti. La scelta è un errore, e la dimostrazione arriva con la seconda richiesta. Nel frattempo, però, l'artigiano decide comunque, vincendo l'omertà e la paura di ritorsioni, di denunciare il fatto alla polizia. Venerdì pomeriggio il carrozziere si trova nell'ufficio della sua officina insieme a due agenti della Mobile, intenti a raccogliere notizie utili alle indagini.
Il caso vuole che proprio in quel momento arrivino i taglieggiatori. Le telecamere di videosorveglianza puntate sull'ingresso del garage garantiscono agli uomini della Mobile un vantaggio importantissimo, perché un poliziotto riconosce nel monitor due dei tre come persone pregiudicate e pericolose. Un cenno con gli occhi tra il carrozziere e gli investigatori permette un'intesa immediata: l'artigiano esce dall'ufficio da solo, andando incontro ai tre, mentre gli agenti restano nascosti, pronti ad intervenire.
«Allora, come seconda "rata" ci devi dare 10.000 euro». E Marino, per essere convincente, sferra un pugno al carrozziere, colpendolo al naso. I due poliziotti nascosti nel locale vicino irrompono nell'officina, arrestando gli estorsori, mentre dalla questura vengono mandate due auto in rinforzo. L'artigiano cade a terra, privo di sensi: accompagnato al Galliera, gli sono stati diagnosticati un trauma cranico commotivo e lividi al volto: guarirà in una settimana.
Da tempo gli uomini della squadra mobile sono impegnati nel difficile compito di far emergere dall'oscurità di paura, omertà e reticenza i casi di usura ed estorsione. «Mai concedere denaro, con la speranza che i taglieggiatori non si presentino più - dicono dagli uffici di via Diaz -. Come è avvenuto venerdì, la consegna di una somma iniziale prelude ad una nuova, e sempre più pesante richiesta economica. Una spirale che, complice la paura di ritorsioni, può portare alla rovina di un'impresa o alla decisione di rivolgersi agli usurai per poter pagare un pizzo sempre più pesante».
Simone Schiaffino

Il racconto «Ho deciso di denunciarli. Ecco perché bisogna farlo»
«Ho visto arrivare quel pugno, una frazione di secondo prima che mi colpisse, una frazione di secondo dopo che mi aveva intimato di consegnare 10.000 euro in contanti. Il ricordo successivo è quello dell'ospedale: io su un letto, con i miei familiari vicino, e un dolore fortissino al viso ed alla testa...».
L'artigiano di Quezzi, vittima di un tentativo di estorsione, oltre al dolore dovrà sopportare anche la preoccupazione. La sua speranza è che i tre pregiudicati che lo taglieggiavano stiano in carcere, almeno per un po'. E che, quando usciranno dalle celle di Marassi, non abbiano intenzione di vendicare chi li ha mandati dietro le sbarre.
È il prezzo del coraggio. Uno scotto necessario. Il carrozziere di Quezzi che con la sua segnalazione ha assicurato alle loro responsabilità tre consumati malviventi genovesi, accetta di fornire al Secolo XIX i particolari del suo racconto, vissuto in prima persona, in cambio della massima riservatezza sulle sue generalità. Per questo i riferimenti sono volutamente omessi, per rendere impossibile la sua identificazione.
«Coraggioso io? Ma se ho paura della mia ombra - dice l'uomo, che ha passato la giornata di ieri a casa, circondato dalle cure dei suoi familiari - Dopo la prima visita dei tre, qualche giorno fa, ho riflettuto molto. Poi ho pensato che concedere loro quello che volevano, una cifra peraltro significativa ma contenuta, poteva risparmiarmi ulteriori grane. Ma non è stato così».
Come spiegato dagli investigatori della Mobile, è un errore piegarsi alle richieste, perché quelle successive sono sempre più onerose. «Dopo aver pagato avevo il dubbio, la preoccupazione che tornassero - conclude la vittima dell'estorsione - per questo mi sono rivolto alla polizia. Se non lo avessi fatto, venerdì pomeriggio mi sarei preso il pugno e quegli individui l'avrebbero fatta franca. Ora ho paura, ma credo di aver fatto la cosa giusta...».

Dalle rapine allo spaccio fino alle estorsioni 
la lunga ascesa di tre autodidatti della mala
I tre arrestati dalla squadra mobile in flagranza di reato sono personaggi della malavita che tornano alla ribalta della cronaca. Gli archivi sono pieni delle loro storie. Angelo Scaglione è un pregiudicato che nel 1974, quando era sedicenne, aveva compiuto una rapina in una tabaccheria di via Chighizola, a Sturla. Nel corso del colpo i banditi, armati di pistola, avevano preso in ostaggio una bambina di soli tre anni, puntandole l'arma alla tempia. Il capitano dei carabinieri Luciano Seno (oggi 007 del Sismi) era riuscito a risalire a Scaglione, arrestandolo quando era ancora minorenne ma già pericoloso. Poi, dopo due anni, Scaglione, insieme ad un complice, aveva compiuto un grosso furto e i due erano stati inseguiti su un'auto rubata per le strade di Marassi e del centro città e arrestati dai carabinieri. In quel caso i malviventi avevano rischiato il liciaggio da parte della folla inferocita e i carabinieri, con il loro intervento, li avevano salvati. Scaglione era rimasto coinvolto in diversi altri reati contro il patrimonio fino a quando non era entrato a far parte del gruppo di spicco della mala genovese, poi collegato anche al gruppo di Salvatore e Gaetano Fiandaca. Sulle attività malavitose di Scaglione avevano sviluppato le indagini gli allora dirigenti della squadra mobile Mimmo Nicoliello e poi Salvatore Dispenza (che oggi dirige il commissariato di polizia Centro).
Lungo anche il curriculum criminale di Paolo Gennarelli, che nell'80 aveva 24 anni, era stato ricoverato in un ospedale del Molise. Il giovane era poi scomparso improvvisamente dal reparto nel quale era ricoverato, portandosi dietro come souvenir dell'ospedale 630 fiale di morfina, rubate nell'infermeria. Su questo furto aveva lavorato l'allora commissario della squadra mobile Ennio Di Francesco, che aveva individuato Gennarelli in una vecchia casa diroccata di via Domenico Chiodo (sulle alture di Castelletto), dove aveva nascosto la droga. Poi Gennarelli era finito in un giro di truffatori e le pagine di cronaca hanno dato spazio a tante altre sue attività.
Anche Salvatore Marino aveva conosciuto il carcere di Marassi a causa della droga. Dopo tante storie collegate allo spaccio, nell'87 era stato arrestato dalla polizia perché, durante una perquisizione compiuta nella sua abitazione di Oregina, aveva gettato dalla finestra un pacchetto che era stato recuperato agli agenti appostati: dentro c'erano 40 grammi di eroina e 5 grammi di cocaina. Questa è una delle tante storie che hanno visto Marino per protagonista. L'uomo poi era entrato a far parte del giro delle estorsioni. Proprio in questi ultimi tempi era stato scarcerato dopo aver scontato una condanna per estorsione.
Salvatore Marino e Angelo Scaglione, che si erano conosciuti all'interno delle "case rosse" (così venivano chiamate le carceri di Marassi), facevano poi coppia fissa all'esterno e tutti i loro movimenti, con ritrovo notturno in alcuni bar della Foce, erano seguiti da un gruppo di investigatori della squadra mobile, capeggiati dall'allora vicecapo della squadra mobile Gaspare Paiella e dall'ispettore Carlo Iannotta (oggi sostituto commissario al commissariato di polizia Centro). Dopo il collegamento di Scaglione e Marino con i Fiandaca, Paiella e Iannotta, sviluppando le loro indagini in più direzioni, avevano raccolto gli elementi di prova sulla realtà mafiosa nella città sotto la Lanterna, ma per i giudici, nel processo di primo grado, il reato della malavita organizzata di stampo mafioso non sussisteva. Gli accertamenti da parte delle forze di polizia si sono susseguiti e approfonditi ulteriormente, e i presunti responsabili di quel giro sono stati condannati a pene pesanti.


da sinistra: Angelo Scaglione, Salvatore Marino e Paolo Gennarelli

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