Fatta piena luce su quaranta omicidi di mafia
Cosenza Trentasei persone arrestate dai carabinieri del Ros per ordine della Dda di Catanzaro
Fatta piena luce su quaranta omicidi di mafia
Sott'inchiesta i presunti responsabili dell'uccisione di un ragazzino di 11 anni avvenuta nel 1978
Arcangelo Badolati
COSENZA – Il passato che improvvisamente riaffiora. Con tutto il suo carico di orrori e nefandezze. Un passato da brivido raccontato da una raccapricciante lista di morti ammazzati e vittime della lupara bianca. Un passato di lutti e tragedie caratterizzato da inconfessabili sinergie delinquenziali attivate da boss cinici e feroci. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e i carabinieri del Ros hanno ricostruito faticosamente i retroscena di una lunga catena di delitti compiuti durante la guerra di mafia che, negli anni Ottanta, scosse la città dei Bruzi. Grazie alle rivelazioni di un plotone di pentiti, è stato possibile riesaminare vecchi fascicoli impolverati, rimasti per più di quattro lustri rinchiusi negli archivi giudiziari. Alla fine, lo scenario che ne è venuto fuori appare a dir poco agghiacciante. L'inchiesta conclusa ieri con trentasei arresti, riguarda, infatti, la fine violenta fatta sia da vecchie conoscenze di polizia e carabinieri che da servitori dello Stato e bambini innocenti.
Una delle più spietate esecuzioni che i pm antimafia Mario Spagnuolo e Raffaela Sforza hanno ripercorso, vide infatti cadere vittima dei sicari della 'ndrangheta, Pasqualino Perri, 11 anni. Il ragazzino venne ucciso da una scarica di mitra mentre cenava insieme con il padre in un ristorante di Rende: l'Elefante Rosso. Pasqualino fu assassinato per sbaglio la sera del 29 ottobre del 1978. I killer avevano intenzione di ammazzare il genitore, Gildo Perri (poi trucidato il 17 ottobre del 1979 in un cantiere di Rose) che aveva deciso di trascorrere una serata in compagnia dell'allora potente boss della Sibaritide, Giuseppe Cirillo. Udite sibilare le prime pallottole, "Don Peppino" si lanciò sotto un tavolo, Gildo Perri riuscì a gettarsi per terra, mentre l'innocente undicenne rimase trafitto dai proiettili. Il minore nonostante i soccorsi immediati spirò dopo pochi minuti. La sua orrenda e imprevedibile fine scosse l'opinione pubblica nazionale. In Calabria, pochi anni prima, erano già stati ammazzati altri bambini durante una cruenta faida tra famiglie scoppiata nell'area preaspromontana della Piana di Gioia Tauro. Del barbaro assassinio di Pasqualino Perri hanno parlato, durante i maxiprocessi "Garden" e "Galassia", i pentiti Franco Pino e Umile Arturi e l'ex collaboratore di giustizia Mario Pranno. Quest'ultimo, ha confessato di essere stato uno dei presunti autori dell'agguato, chiarendo che l'uccisione dell'undicenne fu un terribile sbaglio. Ma non è finita. Con l'inchiesta sfociata nella raffica di arresti ordinata dal gip Tiziana Macrì, è stata fatta piena luce pure sull'assassinio del direttore del carcere di Cosenza, Sergio Cosmai (marzo 1985) e sulla scomparsa di Maurizio Valder, avvenuta nel lontano 1983. Il giovane venne trucidato a pistolettate e fatto poi sparire per sempre, dai sicari della criminalità organizzata entrati in azione per vendicare un agguato subito in precedenza da Francesco Tedesco, ex "camorrista" della cosca Perna-Vitelli e oggi collaboratore di giustizia. Dell'esecuzione hanno parlato i pentiti Aldo Acri e Angelo Santolla. E sempre Acri, componente del gruppo di fuoco del clan Vitelli, ha reso confessioni sull'uccisione di Carmine Luce. «La vittima – ha raccontato il collaborante – venne sequestrata, tenuta segregata in una cantina di San Fili eppoi uccisa». Il cadavere di Luce, ormai decomposto, fu ritrovato nelle campagne del Cosentino dalla squadra mobile nel 1996, grazie all'imbeccata fornita dall'ex boss pentito Francesco Vitelli. Il corpo è stato poi riconosciuto come quello di Luce grazie ad un esame comparativo del Dna ordinato dalla magistratura antimafia. L'uomo venne ammazzato perchè – secondo le "gole profonde" – si era appropriato di soldi dei clan. L'operazione "Missing" conferma l'esistenza di storici legami tra le cosche della 'ndrangheta bruzia e "mammasantissima" del calibro del superlatitante reggino Pasquale Condello, detto "il supremo", e del padrino cetrarese Franco Muto, inteso come il "re del pesce". Entrambi, infatti, risultano indagati nella veste di mandanti di omicidi consumati nel Cosentino.
L'indagine, inoltre, svela pure dinamiche e moventi di altri omicidi "collegati". Si tratta delle uccisioni di Giovanni Gigliotti (28 dicembre 1981); Mario Coscarella (25 gennaio 1981); Mario Cilento (2 giugno 1981); Giovanni Drago (12 luglio 1981); Salvatore Serpa (11 agosto 1981); Francesco Porco (12 dicembre 1981); ( Angelo Cello (22 luglio 1982); Demetrio Amendola (15 agosto '90); Giuseppe Vaccaro (31 agosto 1982); Aldo Mazzei (21 ottobre 1981); Isidoro Reganati (24 novembre 1982); Nelso Basile (22 febbraio 1983); Diego Costabile (3 maggio 1983); Giuseppe Ricioppo (10 maggio 1983); Giuseppe Geria e Valente Saffioti (6 agosto 1983); Francesco Scaglione (14 settembre 1983); Alfredo Andretti (15 luglio 1985); Rinaldo Picone (27 gennaio 1989); Demetrio Amendola (15 agosto 1990); Giuseppe Andali (24 agosto 1990); Stefano e Giuseppe Bartolomeo (5 gennaio 1991); Antonio Paese (9 luglio 1991); Francesco Bruni (8 novembre 1991); Ennio Serpa (8 agosto 1994).
«Comandavo io il gruppo di fuoco – ha gelidamente spiegato ai magistrati l'ex killer Giuseppe Vitelli – e sono direttamente responsabile di 16 omicidi». Un "record". Superato solo da un altro sicario pentito (però del Reggino): Annunziato Raso, chiamato "Tito", che di morti ne ha provocati una quarantina.
19.10.2006 – Gazzetta del Sud
Gli scambi di favori tra i cosentini e la potente 'ndrangheta reggina
Giovanni Pastore
COSENZA – Un sentiero infernale. Lastricato da un numero impressionante di morti ammazzati. Uomini di rispetto e martiri innocenti caduti nella sanguinosa guerra combattuta da clan rivali agli inizi degli anni Ottanta. Uno scontro doloroso che trasformò Cosenza e la sua provincia in un enorme mattatoio all'aperto. Il cruento conflitto è stato ricostruito dai carabinieri del Ros in un monumentale rapporto da novemila pagine che costituiscono lo zoccolo duro dell'ordinanza cautelare firmata dal Gip distrettuale di Catanzaro, Tiziana Macrì. Nella voluminosa e articolata informativa, gli investigatori dell'Arma si soffermano, pure, sulle sinergie criminali. Patti siglati segretamente dalle cosche cosentine e la potente 'ndrangheta reggina suggellati da scambi di favori. I killer silani sparavano per i mammasantissima della "Piana", mentre gli azionisti reggini rispondevano alle missioni di morte ordinate dai boss cosentini. Ed è quello che sarebbe accaduto a Scalea, il 6 agosto del 1983, col duplice delitto di Valente Saffioti e Giuseppe Geria. Un crimine che, a parere degli inquirenti, sarebbe stato strettamente connesso alla faida reggina che, a quei tempi, seminava morti in riva allo Stretto. La consumazione del duplice omicidio avrebbe rappresentato la contropartita offerta dal clan Pino-Sena alle cosche reggine facenti capo ai De Stefano per l'eliminazione di Franco Perna che, all'epoca, era rinchiuso nel carcere di Reggio Calabria, e la cui morte avrebbe decapitato la consorteria opposta a quella guidata da Franco Pino e Antonio Sena. A distanza di tredici anni, per quel duplice delitto, la Dda di Catanzaro ha incriminato cinque persone: Pasquale Condello, Giovanni Fontana, Franco Pino, Umile Arturi e Gianfranco Ruà.
IL DELITTO- Scalea, 6 agosto del 1983. È una notte rovente in riva al Tirreno. Poco prima della mezzanotte, Giuseppe Geria, alla guida di una Mercedes, passa a prendere la convivente Carmela Saffioti, sua figlia e il fratello Valente. Quest'ultimo siede sul sedile anteriore. I quattro procedono in direzione di contrada Sant'Angelo. Li precede un ciclomotore, a bordo del quale viaggiano due adolescenti, una delle quali è l'altra figlia di Carmela Saffioti. All'improvviso, sbuca dalle tenebre una Lancia Delta. A bordo ci sono quattro persone. L'auto lampeggia, chiede strada. Ignaro di quello che sta per accadere, Geria accosta per lasciarsi superare. Dalla lancia spuntano fuori un fucile a canne mozze e un revolver. Armi con le quali i killer scatenano l'inferno. Geria muore sul colpo, Saffioti si spegne poco dopo al "Cardarelli" di Napoli.
IL SUPREMO- Tra gl'indagati per il duplice agguato di Scalea c'è anche la "primula rossa" della 'ndrangheta: il cinquantaseienne Pasquale Condello, l'unico latitante dei 43 indagati destinatari dell'ordinanza cautelare "Missing". "Don Pasquale" è soprannominato il "Supremo". Il "mammasantissima" che ha guidato il suo potentissimo esercito nella guerra al clan dei De Stefano di Archi. E proprio legandosi a Paolo De Stefano, Condello cominciò la sua ascesa. Quel legame iniziale venne cementato il giorno delle nozze del giovane Pasquale che scelse come "compari" De Stefano e Giovanni Fontana. Quel legame, che sembrava indissolubile, si scioglie, invece, il giorno dell'agguato in cui cade proprio Paolo De Stefano: Condello sceglierà una strada diversa alleandosi con gli Imerti, i Rosmini, i Fontana e i Saraceno. Un potente cartello che si contrappose decisamente a quello che raggruppava i De Stefano, i Tegano, i Martino e i Libri che si sono combattuti per oltre sei anni. Pasquale Condello è latitante dal 28 novembre 1990, da quando riuscì a sfuggire alla cattura ordinata dal gip distrettuale di Reggio, nell'ambito del blitz "Santa Barbara". Ma sulla sua testa pendono, pure, un ordine di carcerazione datato 2002, dopo che una condanna all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, e ordinanze per l'omicidio Ligato, associazione mafiosa, estorsione e altri delitti.