Quando il palazzinaro rischiò il crac
23.12.2005 - L'inchiesta vecchio stile/5
Quando il palazzinaro rischiò il crac
Compagni di strada/3. Danilo Coppola. Un prestito da 80 milioni di euro garantito da un prestigioso immobile milanese. Le banche premono, altre banche subito soccorrono. Piove sempre sui furbetti
di Giuseppe Fanti
Per un attimo c’è stata la possibilità che Danilo Coppola s’infilasse nel tunnel di un crac. È una storia minore, nel gran cinema delle scalate di questi mesi. Ingredienti: un palazzo al centro di Milano, alcune banche straniere che chiedevano la restituzione dei loro prestiti, un immobiliarista che tirava per le lunghe. Dopo l’intervento di un paio di banchieri vicini ad Antonio Fazio è finita bene con soddisfazione di tutti. Ma questa piccola storia, chissà, poteva portare fino allo scoppio della bolla immobiliare.
Danilo Coppola, tra i furbetti del quartierino, è quello con la pettinatura più bizzarra. «Quei capelli lunghi à revers sulle spalle», come ha scritto Gad Lerner su Vanity Fair. Viene dalla borgata romana di Finocchio, eredita una società edile dal padre e poi grazie al suo «fiuto» – spiega lui nelle numerose interviste rilasciate nell'estate 2005 – diventa in pochi anni proprietario di alcuni alberghi di lusso, vari palazzi e aree edificabili tra Roma e Milano, controlla una società quotata in Borsa, la Ipi , è titolare di varie partecipazioni azionarie, tra le quali il 4,66 per cento di Mediobanca e viene fatto il suo nome come possibile acquirente della Roma di Totti dalla famiglia Sensi. Da ultimo, in un’intervista a Panorama nel mese scorso, dice di essere stato contattato per rilevare una parte del 15 per cento di Rcs che fu di Stefano Ricucci e che adesso è in mano alla Popolare italiana, a copertura dei prestiti fatti dalla banca di Fiorani al marito di Anna Falchi.
Quanto valga il suo gruppo è però difficile dirlo con esattezza: le sue attività fanno capo a tre finanziarie lussemburghesi dai nomi impegnativi – Cheope, Sfinge e Tikal plaza – e la trasparenza non è certo il suo fiore all’occhiello. Secondo quanto dichiara lui stesso prima delle note vicende dei furbetti, il suo impero vale 1,2 miliardi di euro e i debiti ammontano a circa 120-130 milioni. Dopo gli accertamenti della Consob, si scopre che gli affidi della sola Popolare di Lodi al suo gruppo passano da 75 milioni a circa 400 nel periodo che va tra novembre 2004 e aprile 2005. Secondo la Consob è tra i soci occulti di Lodi nella scalata ad Antonveneta. La procura di Milano lo indaga per aggiotaggio insieme a Chicco Gnutti, Stefano Ricucci e Tiberio Lonati e sequestra le azioni della banca padovana in mano alle sue Finpaco project e Tikal plaza.
Il default che non conviene a nessuno. Coppola è coinvolto anche nella vicenda Bnl, per la quale è indagato il presidente di Unipol Giovanni Consorte. Coppola fa parte del cosiddetto «contropatto» che si oppone all’opa degli spagnoli del Bbva. Insieme agli altri «controppattisti» (Francesco Gaetano Caltagirone, Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto, Ettore Lonati, Giulio Grazioli e Vito Bonsignore) vende in luglio il suo 4,9 per cento all’Unipol. Un pacchetto accumulato nel tempo, con acquisti iniziati nel 2003 quando le azioni della banca romana valevano 1 euro e ceduto con una plusvalenza di 230 milioni, secondo quanto da lui stesso dichiarato. Un sacco di soldi, ma che evidentemente non bastano a mettere al riparo l’immobiliarista dalle richieste dei creditori.
Alla fine di maggio, infatti, con le guerre parallele per il controllo di Bnl e Antonveneta in pieno svolgimento, gli uomini di Danilo Coppola firmano un «waiver», una modifica a un contratto di finanziamento: c'è da rimborsare una grossa rata di un prestito concesso da un gruppo di banche, ma i soldi faticano ad arrivare. La vicenda era iniziata con un prestito di poco più di 80 milioni di euro concesso da un pool di banche guidato da Societé generale nel maggio del 2004 alla Frala srl, una società che allora faceva capo al gruppo di Luigi Zunino, garantito da un’ipoteca su un prestigioso palazzo d’epoca in corso Magenta, a Milano. Dal maggio del 2004 al maggio del 2005 la Frala è passata prima sotto il controllo di Ipi, una società immobiliare quotata in Borsa controllata dallo stesso Zunino. Poi, quando Coppola compra Ipi, il palazzo di corso Magenta, con i suoi prestiti e le sue ipoteche, passa sotto l’ombrello di quest’ultimo insieme al patrimonio immobiliare che comprende anche il complesso del Lingotto di Torino.
Ai primi di maggio, i suoi uomini contattano le banche e chiedono di rinegoziare il prestito. SocGen e gli altri istituti non sono proprio entusiasti, ma si può negare fiducia a un uomo che in quei giorni rappresentava il nuovo che avanza della finanza italiana? La risposta è no. Accettano quindi una cifra più bassa per la rata in scadenza a maggio ma, dato che le banche straniere non vengono qua a fare beneficenza, chiedono che alla prossima scadenza, prevista per la fine di agosto, il prestito venga estinto. Alla fine di agosto però le cose sono cambiate. La battaglia per Antonveneta è stata vinta dagli olandesi, Gianpiero Fiorani ha i suoi bei guai e anche il governatore di Bankitalia, lìamico Antonio Fazio, non se la passa tanto bene. Certo, c'è la ricca plusvalenza incassata con la cessione a Unipol della partecipazione in Bnl. Ma da lì iniziano una serie di rinvii. Il rimborso infatti non arriva e le banche iniziano a preoccuparsi. Mandare Coppola in default non conviene a nessuno. E non conviene neppure fare dei passi formali per ottenere il pagamento, come una diffida o altri atti che potrebbero portare pubblicità alla vicenda e magari far venire qualche sospetto alle banche che devono rifinanziarlo. Al punto che quando SocGen a Londra inserisce Coppola in un elenco di crediti «difficili», a Milano saltano sulla sedia e invitano i colleghi a ripensarci, spiegando che c’è una trattativa in corso e fare la voce grossa rischierebbe solo di peggiorare la situazione. Alla fine i soldi arrivano: li mette un nuovo gruppo di banche, questa volta tutte italiane. Si tratta della Popolare dell'Emilia, del Banco di Sardegna, di Meliorbanca e di Banca delle Marche. Le prime tre fanno tutte riferimento a Guido Leoni, amministratore delegato della Popolare dell’Emilia-Romagna, che a sua volta controlla il Banco di Sardegna ed è il primo azionista di Meliorbanca. Leoni è il banchiere che dopo il crollo di Fiorani viene indicato come il più vicino all’ex governatore Antonio Fazio ed è anche al fianco di Unipol nella sua scalata a Bnl.
Banca delle Marche è invece guidata da Massimo Bianconi, un manager di lungo corso che ha avuto anche lui la sua piccola ribalta nelle storie di questa estate, quando si è scoperto, grazie a un articolo di Mario Gerevini sul Corriere della sera, che le banche da lui via via guidate (Agricola mantovana, Banca nazionale dell’agricoltura, Cariverona) sono le stesse che hanno nel tempo finanziato i primi passi e la crescita del giovane Ricucci, prestando all’odontotecnico di Zagarolo, dal 1995 al 2001, i denari per le sue scorribande borsistiche.
Con i soldi di Leoni e Bianconi, Coppola paga e l’affaire si chiude il 2 novembre scorso. Alla fine, tutti contenti. Le banche straniere hanno riavuto i loro soldi, il finanziere romano è ancora in sella e, forte del suo 4,66 per cento di Mediobanca, va all’assemblea dei soci della banca che fu guidata da Enrico Cuccia e stringe la mano al direttore generale Vincenzo Nagel. Non se la prende più con i salotti buoni «arroganti e spocchiosi», anzi. Il patto di sindacato di Mediobanca, il salotto buono della finanza italiana per antonomasia, dice alle agenzie, «è la massima espressione che c'è oggi in Italia».
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