«Il porto va sequestrato»
La maxi inchiesta sul porto di Genova punta dritto al simbolo della gestione sott'accusa, quella dell'ex presidente dell'Autorità portuale Giovanni Novi. Dopo il sigilli alla banchina affidata a Tirrenia, ottenuti due settimane fa solo dopo un ricorso al tribunale del Riesame, la Procura chiede ora ufficialmente il sequestro preventivo dell'intero Multipurpose, il terminal oggetto dell'assegnazione "pilotata" per la quale a febbraio fu arrestato l'ex numero uno dell'Authority genovese...
I sigilli, sui quali dovrà pronunciarsi il giudice per le indagini preliminari Franca Borzone, riguardano parte delle aree del terminal Messina, il Centro servizi Derna (Aldo Spinelli), una parte del terminal Frutta (Alfonso Clerici) e il terminal San Giorgio (nel quale Giacomo Raimondi è rappresentante legale della società dove compaiono come azionisti Marcellino Gavio e Gianni Scerni): sono insomma coinvolti alcuni dei nomi che hanno fatto la storia dello shipping genovese e non solo.
Le loro aree rappresentano i tasselli mancanti, le superfici più estese sulle quali Novi decise - stravolgendo e ignorando, secondo l'accusa, l'andamento d'una gara pubblica - la spartizione a vantaggio della Compagnia unica del porto (Culmv) di Paride Batini. Era stato lo stesso gip a indicare la strada del sequestro generalizzato del Multipurpose, rigettando la richiesta riguardante soltanto l'area di Tirrenia poiché «parziale». Decisione poi ribaltata dal Riesame. Il reato per il quale Ignazio Messina, Alfonso Clerici, Giacomo Raimondi e Aldo Spinelli sono stati iscritti sul registro degli indagati è quello di occupazione abusiva di aree demaniali. Abusiva perché senza alcuna autorizzazione formale, in quanto seguente una gara mai arrivata a compimento su cui gravano accuse di turbativa d'asta, concussione e truffa aggravata.
I primi sigilli al Multipurpose erano scattati la mattina del 17 giugno, a ponte Libia. Il tribunale del Riesame aveva accolto la tesi del procuratore aggiunto Mario Morisani e dei sostituti Enrico Zucca e Walter Cotugno. Il punto non era la gravità degli indizi di colpevolezza degli indagati, come eccepito dal gip. Ma la sussistenza di un reato (l'occupazione abusiva di demanio pubblico) messo in atto con l'utilizzo senza titolo d'una superficie portuale, vale a dire in virtù di una concessione secondo l'accusa «illegittima». Era quanto stava avvenendo fino a quel punto con la Tirrenia. E, al contempo, anche con gli spazi di Messina, Clerici, Spinelli e Scerni.
Lo "sfratto" ha di fatto impedito a Tirrenia di usare in proprio le banchine per l'attività di movimentazione delle merci. L'Autorità portuale ha quindi introdotto, dopo il dissequestro, una gestione pubblica del terminal: possono attraccare le navi di tutti gli armatori, che però dovranno trattare di volta in volta l'accesso ai moli con l'Autorità portuale e non potranno occupare i moli in modo stabile con i propri carichi. Quello che potrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni è perciò un nuovo colpo di scena nell'inchiesta che ha scosso dalle fondamenta il porto genovese. E che ha visto la Procura ordinare piccoli e grandi sequestri con la stessa severità, partendo da un assunto: la gestione dei moli sotto la presidenza di Novi ha prodotto irregolarità, situazioni di abusivismo e spartizioni più o meno clientelari i cui effetti ancora si fanno sentire. I pm sostengono che l'ingresso della compagnia pubblica al Multipurpose rappresentò un toccasana per la Culmv, poiché la stessa Tirrenia non ha personale proprio per le operazioni di carico e scarico, e deve necessariamente rivolgersi ai camalli. Su quel filone arriverà nelle prossime ore l'avviso della conclusione delle indagini preliminari, in pratica il preludio della richiesta di rinvio a giudizio che potrebbe allargare (ulteriormente) con nomi clamorosi l'elenco degli indagati.
Non solo. Riguardo all'occupazione abusiva delle aree nello scalo del capoluogo ligure, ad aprile Novi aveva ricevuto un nuovo avviso di garanzia per abuso d'ufficio, per aver consentito alla Compagnia unica di utilizzare «senza averne titolo e gratuitamente» due capannoni. Ma, soprattutto, per aver permesso alla Culmv di operare in un sostanziale regime di monopolio senza le autorizzazioni necessarie. Tra gli altri indagati figurano l'avvocato Sergio Maria Carbone, l'ex segretario generale dell'Authority Alessandro Carena, l'avvocato dello Stato Giuseppe Novaresi (per un episodio di corruzione) e 15 terminalisti e operatori portuali (per l'occupazione abusiva di aree demaniali). Due i filoni dell'indagine clou: l'affaire Multipurpose, appunto, e i rapporti tra Autorità portuale e Compagnia Unica. In particolare, i pm hanno messo nel mirino le somme trasferite alla Culmv «senza titolo» come rimborso per la gestione transitoria del terminal nel 2005. Pure in questo caso è stato il Riesame a confermare la tesi dei pubblici ministeri, disponendo il sequestro delle somme.
Matteo Indice - Graziano Cetara
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